Vita d'artista


Il drago invisibile

“Quello che voglio dire è che si trovano tematiche che meritano di essere promosse in opere che meritano di essere ammirate, e che la verità non è mai semplice e l’apparenza non è mai sincera.”

Dave Hickey

Di rado mi ha colpito leggere un autore, un critico d’arte, così controcorrente, così diverso dagli altri. Dave Hickey potrebbe sembrare un personaggio dei libri di Kerouac, con stile on the road, ma al tempo stesso i suoi Quattro saggi sulla bellezza, sottotitolo del “Il drago invisibile” sono raffinati ed eleganti ma soprattutto meritano attenzione, perché puntano il dito su una cultura artistica ancora dominante. Si muove infatti verso un’appassionata difesa della “bellezza”, che a suo parere va sottratta all’irreggimentazione ideologica, quella degli estensori dei programmi artistico- curatoriali. Gioca infatti la carta del suo “candore selvaggio” che va contro la “volontà di potenza”: la vera arte non sparge sangue né ricorre alle tortuosità del diritto, tuttavia non è mai inerme.

I bersagli polemici sono vari, in particolare Clement Greenberg che sostiene che se l’arte dei regimi totalitari era stata modellata su istanze di propaganda presentate in forma eroica o sentimentale, cioè kitsch, ecco che la vera arte doveva opporsi a tutto ciò. E così partì una campagna iconoclasta. Allora tutto ciò che era mito, avvenenza, seduzione perpetrata per via di immagine, “bellezza” appunto, fu avvolta da uno spesso manto di diffidenza, di fatto una messa al bando. Hickey sostiene che il compito della bellezza rimane quello di emancipare il pubblico e riconoscerne il potere, valorizzando in ogni caso il contenuto problematico dell’immagine, creando un’area condivisa di valori. Al tempo stesso critica i “professionisti dell’arte”, l’esercito imponente di dottori di ricerca e laureati in discipline artistiche, ma anche le lobby aziendali, governative, culturali e accademiche ciascuna con il proprio fine di autoconservazione e senza il minimo interesse per il tema in questione.

“L’occasione per scrivere sul tema bellezza, gli venne dall’epidemia di disonestà intellettuale che infestò ogni aspetto della polemica sull’esposizione al pubblico delle magnifiche fotografie pornografiche di Robert Mapplethorpe. Tutte le persone coinvolte nello scandalo mentirono senza ritegno, avvolte in un manto radioso di ipocrisia […]. Fu così che il critico intervenne a favore dell’amico, più che altro per dargli il giusto riconoscimento di tutta la sua irriducibile depravazione” . Sfidando quella che lui dice essere “la lacera bandiera della libertà di espressione” e le sue convenzioni, difende l’artista proprio per la sua capacità di esaltazione delle immagini, trasformando la marginalità in qualcosa di bello, di potente.

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In questo numero hanno scritto:

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Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
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Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.