Il mio agente contro il tuo

Abbiamo appena cominciato ad abituarci all’idea che un’intelligenza artificiale possa agire per noi. Il passo successivo è ancora più curioso: che la nostra IA tratti direttamente con quella degli altri. Non più io che telefono alla banca per discutere un mutuo, ma il mio agente che negozia con quello della banca. 

IA, ti autorizzo a decidere per me?

Finora abbiamo discusso soprattutto di intelligenze artificiali che rispondono: scrivono testi, generano immagini, suggeriscono soluzioni, programmano. Ma il passaggio davvero radicale è un altro. L’IA sta imparando ad agire. 

Verso un’IA distribuita?

Nel mio libro Alleati digitali ho immaginato un’IA personale, vicina all’utente, capace di conoscere i suoi dati senza consegnarli a una grande piattaforma. Ma c’è un’obiezione legittima a quest’approccio: se spostiamo una parte dell’intelligenza artificiale dai data centre alle case, agli studi professionale, alle scuole e alle PMI, non rischiamo di spostare anche i consumi energetici verso reti elettriche ancora alimentate in parte da fonti fossili?

I due piani di battaglia dell’IA

Esistono ormai due piani di battaglia dell’intelligenza artificiale. Il primo riguarda la frontiera: sistemi sempre più autonomi e potenti, fino alla possibile superintelligenza, più grande dell’intelligenza residente nell’intera umanità, che promette un potere enorme a chi la possederà. Il secondo riguarda l’IA che abbiamo già oggi, quella che scrive codici, analizza documenti, progetta, decide, consiglia e comincia ad agire da sola.

IA, chi depone per primo le armi?

La nuova disputa sull’intelligenza artificiale ha improvvisamente assunto il lessico della Guerra Fredda. Dario Amodei, CEO di Anthropic, non ha chiesto uno stop assoluto, ma di “rallentare la frontiera”: dare tempo alla sicurezza di inseguire capacità che crescono sempre più in fretta. Sam Altman ed Elon Musk hanno sostenuto l’impostazione. 

Se i potenti dell’IA tremano

La settimana passata ci ha regalato spunti di riflessione sulle prospettive dell’intelligenza artificiale generativa. Dapprima Jacob Coxton, ricercatore di Anthropic, lascia la compagnia ammonendo il mondo intero del fatto che la velocità con cui si sta correndo verso la superintelligenza è tale che entro neanche un anno potremmo perdere il controllo e venire da essa annientati. 

Viva gli ingegneri, ma per quanto ancora?

Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha scritto quest’anno che in soli quattro anni l’IA è passata dal riuscire a malapena a scrivere una riga di codice al produrre gran parte del software nelle maggiori aziende di frontiera [1]. Da ingegnere, confesso che la frase mette i brividi. Non tanto per l’essere un ingegnere chimico – faccio altro da tempo – quanto perché l’ingegnere è forse la figura simbolo della rivoluzione industriale: colui che trasforma scienza in ponti, chip, impianti, farmaci, materiali, automobili. Davvero rischia di diventare superfluo?

IA in affitto o di proprietà: il lavoro cambia comunque

Alex Karp, CEO di Palantir, ha rilanciato nei giorni scorsi una domanda destinata a diventare centrale: un’impresa può affidare a pochi grandi provider non solo i propri dati, ma anche il sapere che la rende diversa dai concorrenti? La risposta potrebbe essere una nuova generazione di IA “sovrane”, aziendali o personali: modelli e agenti che lavorano sui dati dell’organizzazione senza disperderne know-how e vantaggio competitivo. 

Quando arriverà il quantum computer

Un quantum computer usa qubit, capaci di rappresentare più stati contemporaneamente grazie a sovrapposizione ed entanglement, i piatti forti della meccanica quantistica. Non accelera ogni calcolo, ma può risolvere alcuni problemi di simulazione, ottimizzazione e crittografia molto più rapidamente dei computer tradizionali.

Che cosa non dovrà mai sostituire l’IA

Alziamo un attimo lo sguardo. Nel 2050 l’intelligenza artificiale potrà assisterci con una potenza che oggi inimmaginabile. Aiuterà medici a leggere dati complessi, anziani a restare più a lungo nella propria casa, studenti a imparare secondo il proprio ritmo, lavoratori a evitare compiti pericolosi o ripetitivi, imprese e pubbliche amministrazioni a decidere meglio.