Che cosa non dovrà mai sostituire l’IA

Alziamo un attimo lo sguardo. Nel 2050 l’intelligenza artificiale potrà assisterci con una potenza che oggi inimmaginabile. Aiuterà medici a leggere dati complessi, anziani a restare più a lungo nella propria casa, studenti a imparare secondo il proprio ritmo, lavoratori a evitare compiti pericolosi o ripetitivi, imprese e pubbliche amministrazioni a decidere meglio.

Chi pagherà i trilioni dell’IA?

Alla chiusura del 3 luglio Nvidia valeva in Borsa 4,75 trilioni di dollari, Alphabet, cioè Google, 4,32, Microsoft 2,91, Amazon 2,64, Meta 1,49, Tesla 1,39. Sono 17,5 trilioni. A questa montagna di capitalizzazioni si aggiungono le grandi scommesse private: OpenAI è stata valutata circa 852 miliardi e Anthropic 965. Non sono cifre direttamente sommabili - le quotate hanno quote nelle private e gran parte del loro valore nasce da attività anteriori all’IA - ma segnalano una fiducia implicita vicina ai 20 trilioni. 

Superintelligenza e ordine mondiale: cooperazione o blocchi contrapposti?

La competizione sull’intelligenza artificiale potrebbe diventare molto più di una competizione industriale, ovvero una corsa alla superintelligenza, cioè a sistemi capaci di superare gli esseri umani in molti compiti cognitivi decisivi.

Se ciò accadesse, la posta in gioco non sarebbe più soltanto economica ma legata a sicurezza nazionale, comando militare, ricerca scientifica, biotecnologie, cybersecurity, informazione pubblica e capacità degli Stati di governare la propria società.

Dalla frontiera all’adozione dell’IA

Una tecnologia diventa potere quando smette di essere spettacolo e diventa infrastruttura. L’elettricità ha cambiato il mondo non quando è stata dimostrata in laboratorio, ma quando ha illuminato città, mosso fabbriche, trasformato case, trasporti e comunicazioni. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale. Il modello più avanzato conta, ma conta ancora di più la capacità di incorporarlo nell’economia, nello Stato, nella difesa, nella scuola, nella sanità, nella ricerca e nella vita quotidiana.

Modelli, algoritmi e talento: quanto è vicino il sorpasso cinese?

La supremazia nell’intelligenza artificiale non coincide necessariamente con il possesso del modello più potente in assoluto. Questa è una delle illusioni più diffuse nel dibattito pubblico. Certo, chi costruisce i sistemi più avanzati può aprire nuovi mercati, influenzare standard, attrarre talenti e accumulare potere. 

I colli di bottiglia della sfida all’IA: chip, energia e data center

La corsa all’intelligenza artificiale ha connotazioni materiali fortissime: silicio, rame, energia, acqua, reti elettriche, capannoni, macchine litografiche, memorie avanzate. Dietro ogni modello di frontiera c’è un’infrastruttura industriale gigantesca. Non si compete soltanto con le idee, ma soprattutto con il “compute”, la capacità di calcolo necessaria ad addestrare e far funzionare sistemi di IA sempre più potenti.

Too big (tech) to fail

Il “troppo grande per fallire” lo conosciamo bene. In Italia ha avuto il volto della Fiat e poi di Alitalia, per fare due esempi preclari: imprese fragili, costose, ma troppo intrecciate con occupazione, indotto, territori e identità nazionale per essere lasciate cadere. Lo Stato interveniva non perché fossero invincibili, ma perché il fallimento avrebbe prodotto disoccupazione, perdita di competenze e vuoti strategici. Era il too big to fail della debolezza.