LA Caverna


Il ruolo generativo del fallimento nei processi di crescita

In un mondo dominato dalla "tirannia del risultato", dove il valore di una persona sembra coincidere esclusivamente con la sua produttività, il fallimento è stato a lungo il grande rimosso, un marchio infamante da nascondere. Tuttavia, un’analisi trasversale che unisce le riflessioni del monaco benedettino Bernard Sawicki, le ricerche psicologiche di Carol Dweck e gli studi sistemici di Amy Edmondson, rivela una verità controintuitiva: imparare a "fallire bene" non è solo una strategia di sopravvivenza, ma una delle competenze più sofisticate del nostro tempo. 

Il primo ostacolo alla gestione dell'errore è di natura culturale e linguistica. Come evidenziato da Marco Nannini (Impact Hub), in Italia la parola "fallimento" condivide la radice con "fallito", trasformando un evento gestionale in una condanna identitaria. La sfida proposta da Sawicki e dalle scienze cognitive è separare ciò che facciamo da ciò che siamo. Passare da una lettura morale ("Non valgo") a una funzionale ("Questo metodo non ha funzionato") permette di abbassare l'ansia da prestazione, in quanto l'errore smette di essere una minaccia all'io e di sviluppare un “Growth Mindset”, cioè chi possiede una mentalità di crescita vede l'insuccesso come un feedback, una "mappa" che indica dove affinare le proprie abilità, a differenza della mentalità fissa che lo vive come un limite invalicabile. (Carol Dweck).

La riflessione diventa operativa quando si capisce che non tutti i fallimenti sono uguali. L'esortazione generica al "fail fast" (fallire velocemente) è irresponsabile se non è supportata da una distinzione scientifica (Amy Edmondson) C’è il fallimento elementare dove gli errori sono prevedibili in contesti noti (disattenzione, stanchezza) e l’azione richiesta è prevenire tramite checklist e routine. C’è il fallimento complesso con "Tempeste perfette" in sistemi interconnessi, dove le cause sono multiple e l’azione richiesta è quella di analizzare i segnali deboli per evitare la ripetizione. C’è infine il fallimento intelligente dove le scoperte avvengono in territori inesplorati con rischi calcolati e l’azione richiesta è quella di incoraggiare come motore di innovazione. Quest’ultimo fallimento è il cuore del progresso: è un esperimento studiato, non una casualità negligente, una scoperta di "modi che non funzionano". (Thomas Edison) Questa filosofia si traduce in campo aziendale in successo economico. Esistono progetti mai realizzati per mostrare che la ricerca della bellezza e dell'innovazione avviene sempre sul borderline tra il possibile e l'errore e, spesso, si utilizza la tecnologia per "sbagliare velocemente e a basso costo". L’azienda, attraverso simulazioni digitali, scarta migliaia di configurazioni errate prima di produrre un unico modello perfetto.

In questo caso, l'errore digitale è il carburante della precisione fisica. Inoltre va tenuto presente che il fallimento non è mai un evento isolato, ma avviene in un contesto. Per "fallire bene", è necessario che organizzazioni e famiglie coltivino la sicurezza psicologica. Se la gerarchia punisce l'errore, le persone lo nasconderanno, impedendo l'apprendimento collettivo. Nelle relazioni umane, accettare la possibilità di "perdere" è l'unico modo per costruire legami autentici. La fragilità, se accolta, diventa resilienza. In sintesi, la lezione più radicale del nostro tempo è che costruire un'identità indipendente dagli esiti ci rende paradossalmente più efficaci. Non si tratta di esaltare la mediocrità, ma di abbracciare la "scienza del fallire bene" per sostenere creatività e impegno nel lungo periodo. In un mondo ossessionato dal vincere a ogni costo, imparare a gestire la caduta è l'unico modo per non perdersi davvero."Ciò che non mi uccide, mi rende più forte." (Friedrich Nietzsche)

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In questo numero hanno scritto:

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Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.