LA Caverna


Pasqua, il senso che non passa: tra fede, cultura e ricerca

In un tempo in cui molte tradizioni sembrano perdere evidenza, la Pasqua continua a interrogare credenti e non credenti. Non è più, forse, un significato “scontato” o universalmente condiviso; eppure, proprio per questo, emerge con maggiore forza la sua capacità di parlare all’uomo contemporaneo. 

Per il cristiano, il cuore della Pasqua resta immutato: è la celebrazione della Risurrezione di Gesù Cristo, evento fondante della fede e centro del calendario liturgico. In essa si compie il mistero della vita che vince la morte, della speranza che supera il limite umano. Questo significato non è un semplice simbolo, ma una verità vissuta, che continua a dare forma all’esistenza di milioni di fedeli. E tuttavia, accanto a questa dimensione essenziale, la Pasqua si manifesta oggi anche come realtà culturale e sociale.

In Italia e in molte parti del mondo, essa è tempo di incontro, di riconciliazione, di festa. Anche chi si sente lontano dalla pratica religiosa percepisce, magari in modo implicito, il valore di questa pausa nel ritmo quotidiano: un’occasione per ritrovarsi, per rallentare, per ricucire legami. Non si può ignorare, inoltre, una dimensione più superficiale ma diffusa: quella commerciale. Uova di cioccolato, viaggi, ristorazione. Segni di una società che tende a trasformare ogni festa in consumo.

Questo fenomeno può apparire come uno svuotamento del senso originario, ma può anche essere letto come una trasformazione: il rischio non è tanto il cambiamento, quanto la perdita di consapevolezza. Se guardiamo più in profondità, la Pasqua oggi si rivela particolarmente significativa proprio perché non impone più il suo senso, ma lo propone. In una società secolarizzata, il significato non è più garantito: va cercato, interpretato, scelto. Il nucleo pasquale - morte e risurrezione - può essere letto anche come struttura universale dell’esperienza umana: fine e nuovo inizio, perdita e trasformazione, crisi e rinascita. In questo senso, la Pasqua intercetta una dinamica che ogni uomo conosce. Il pensiero moderno ha spesso messo in discussione l’idea di un senso dato. Nietzsche parlava di “trasvalutazione”, cioè della capacità di ricostruire il significato dopo il crollo delle certezze. Camus descriveva invece un mondo “assurdo”, privo di senso intrinseco.

In questo scenario, la Pasqua può essere vista come una risposta silenziosa ma radicale: non dimostra il senso, ma afferma che vale la pena cercarlo. Anche Kierkegaard offre una chiave preziosa: il “salto” della fede o dell’esistenza non è una conclusione logica, ma una decisione. Così, la rinascita pasquale può essere letta oggi non solo come evento che accade, ma come scelta personale: non si rinasce perché il mondo cambia, ma perché si decide di abitare diversamente il mondo. Le radici della Pasqua affondano nella Pasqua ebraica, la Pesach, che celebra la liberazione dalla schiavitù. Il cristianesimo porta questo “passaggio” a compimento: dalla morte alla vita. Questo dinamismo riguarda ogni esistenza. La Passione di Cristo non nasconde la sofferenza: la assume.

Nel Getsemani, Gesù sperimenta l’angoscia del morire; il “calice” non viene evitato, ma accolto. È qui che la Pasqua rivela una verità profondamente umana: il passaggio decisivo non consiste nell’eludere il limite, ma nell’attraversarlo. In una cultura che tende a rimuovere la morte o a ridurla a problema tecnico, la Pasqua riporta al centro le grandi domande: il senso del dolore, il limite della vita, il destino dell’uomo. Come ricordava il cardinale Martini, la morte può essere letta come un atto di fiducia, un abbandono che non è sconfitta ma compimento. Persino la cultura popolare, con linguaggi diversi, continua a confrontarsi con questi temi. Il desiderio di un “oltre” non smette di emergere. Basta pensare alle narrazioni contemporanee e alle opere di J. R. R. Tolkien, uno dei più grandi autori fantasy di tutti i tempi, il cui capolavoro più noto è stato "Il Signore degli Anelli". La risposta se ha ancora senso la Pasqua è, oggi più che mai, personale ma non arbitraria.

È un senso che resta, se viene cercato. Per il credente, essa resta verità viva e fondamento della speranza. Per la società, è un momento di coesione e memoria condivisa. Per l’uomo contemporaneo, anche lontano dalla fede, può diventare una lente attraverso cui leggere la propria esperienza: le cadute, le crisi, le ripartenze. La Pasqua non impone più il suo significato; ma proprio per questo lo rende disponibile, non come formula, ma come cammino. Essa continua a dire qualcosa di essenziale: che la fine non è necessariamente l’ultima parola, e che ogni passaggio - anche il più oscuro - può diventare soglia di senso.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
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Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.