Vita d'artista


La Biennale

“Non c’è problema, perché non c’è soluzione”.  Marcel Duchamp

È di qualche settimana fa la notizia che non è presente nessun artista italiano nella mostra più importante della Biennale, quest’anno sotto il segno dei toni minori di “In minor keys” curata da Koyo Kouoh, improvvisamente scomparsa peraltro, nel maggio del 2025. Dai comunicati emerge che la mostra portata avanti dallo staff è concepita come una "partitura collettiva" che esplora le sfumature della vita quotidiana, la guarigione e le narrazioni sommerse, rifiutando il fragore orchestrale in favore di toni più bassi e meditativi. In ogni caso, tranne che nel Padiglione Italia ovviamente, e di recente si è saputo che essendo in scarsità di artisti africani, anche in quello della Nuova Guinea, non sono presenti gli italiani. In nessuna mostra.

Molti hanno recitato il mea culpa, secondo il quale gli artisti italiani non sono stati invitati perché non abbastanza all’altezza, ma a me è venuto subito in mente quella volta in cui entrai alla Biennale e nella facciata del padiglione principale ai Giardini dov’era scritto in passato “Padiglione Italia” cambiò la scritta in “La Biennale” e il padiglione, fu spostato all’Arsenale, della serie in fondo a destra, come per le toilettes. È passato del tempo e gli artisti italiani bravi (non che manchino) hanno sempre avuto meno visibilità nelle mostre generali dei curatori spesso stranieri, comunque residenti altrove anche se italiani, un po’ per la globalizzazione, un po’ per la tipica esterofilia nostrana “che le cose belle vengono da fuori” ma anche per le evidenti strategie commerciali che escludevano coloro, in particolare gli europei, che non portavano con sé forti investimenti, ovvero palate di soldi.

E così, benché il presidente sia Pierangelo Buttafuoco, noto filo-italiano, e la Biennale di Venezia sia nata con l’intento di valorizzare l’arte del nostro paese, quest’anno ci ritroviamo letteralmente sepolti da visioni altre, da modelli culturali importati che non è affatto detto sian migliori, seppur vincenti. Onestamente mi sono stancata di tutta questa apparente cultura inclusiva, perché nella maggior parte dei casi è spesso livellata verso il basso, sostanzialmente tutta uguale. Sarò forse ostile intellettualmente, ma le differenze contano, come le visioni diverse: il taglio che si da ad un così importante evento culturale, non deve per forza essere “internazionale” come se questo bastasse a dare più spessore, anche se ormai pare essere un allure indispensabile per essere à la page. Forse un’idea che parta dal luogo, una volta tanto, potrebbe ribaltare le cose ed essere una novità feconda, perché autentica. Si vedrà.

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In questo numero hanno scritto:

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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.