Vita d'artista


Eterno e visione

Non so perché più vado avanti, più mi incuriosisco di un’epoca a noi ormai lontana in cui però l’Italia, ma anche l’Europa, aveva una centralità, una cultura, delle visioni molto ampie. 

Lo dico perché sono capitata proprio per caso lo scorso sabato alle Gallerie d’Italia, a Milano, fuori infuriava una gran pioggia: l’idea iniziale era di andare a vedere la mostra di Kiefer alla Sala delle Cariatidi, a Palazzo Reale, ma come ci è stato detto, per avere più “l’effetto wow” si partiva dall’Arengario con biglietteria apposita al Museo del Novecento. Sarà perché pioveva, sarà perché tutto sto movimento mi era ansiogeno, abbiamo girato in fretta i tacchi. Ho avuto il piacere di conoscere Anselm Kiefer in occasione della sua Lectio Magistralis a Brera, persona gentilissima, e sono una sua estimatrice da sempre, ma forse sta diventando un po’ di cassetta.

Così con l’idea di andare a vedere in alternativa l’installazione di William Kentridge a Palazzo Citterio siamo passati davanti a una mostra dal titolo "Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo" e risolvendoci ad entrare, siamo rimasti incantati. Niente pioggia, niente coda, poca gente, tutto in un’atmosfera sospesa, elegante e l’enorme modello di cavallo, capolavoro di Antonio Canova ad accoglierci. Che dire. Se c’è un’opera che definisce la maestosità neoclassica è proprio questa, oltre alla grandezza tutto è al tempo stesso in tensione ed armonia nell’animale. Ma in generale ogni opera di quel periodo esposta, è frutto di una fase storica eccezionalmente creativa e visionaria in cui la produzione artistica era di altissimo livello e Milano e Roma fortemente proiettate verso l’Europa moderna, ma al contempo perfettamente consce delle propri fasti passati. Direi con orgoglio.

Ovviamente i mattatori sono Canova e Giuseppe Bossi, pittore straordinario, grande conoscitore di Leonardo e sofisticato collezionista, nonché fondatore della Pinacoteca di Brera. Ma anche Andrea Appiani, Francesco Hayez, e ahimè a me ignoto, l’architetto Giuseppe Antolini che con le sue tavole spettacolari ad acquarello riguardanti l’ambizioso progetto del Foro Bonaparte, mi ha davvero lasciato senza fiato. Con questa impresa utopica e visionaria Milano voleva forse trasformarsi in una nuova Roma imperiale, aspirando a un grande sogno di idealità classica, e anche se non fu mai realizzato, rimane una testimonianza di grande impatto. Nelle bellissime incisioni di Giambattista Piranesi poi, con le vedute di Milano, mi ha molto colpito che tutti i posti sono cambiati da allora, sono quasi irriconoscibili, tranne il cortile di ingresso di Brera, che è esattamente lo stesso di oggi.


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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.