Pensieri e pensatori in libertà


A lady of distinction

Oltre a Jürgen Habermas, un’altra importante filosofa è mancata la settimana scorsa: Susan Haack, una delle migliori logiche e filosofe della scienza del mondo. Laureata a Oxford e addottorata a Cambridge, aveva poi trascorso la maggior parte della vita negli Stati Uniti, insegnando logica nel dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Miami. 

Haack aveva una mente capace di sottigliezze infinite, che le avevano fatto dare contributi fondamentali nella logica non standard, spesso criticando presunte logiche nuove, mostrando come non fossero che reinterpretazioni o estensioni della logica classica. Aveva anche proposto una teoria realista della conoscenza che si chiama foundherentism, dando alcune interpretazioni convincenti della logica giuridica e del problema della verità. I suoi allievi le avevano dedicato un volume che coglieva bene nel titolo la sua mente e la sua personalità: “A lady of distinction”. Amava le distinzioni e amava soprattutto la verità come fine di ogni ricerca. Imparando da Charles S. Peirce, che aveva studiato a lungo, sosteneva che la prima regola della logica fosse il desiderio di imparare la verità. Senza di esso ogni ricerca muore.

La verità a tutti i costi era anche la regola del suo impegno sociale. In modo garbato ma fermo portava le sue critiche, spesso dure e ironiche, ai colleghi che ragionavano ideologicamente, in ogni senso. Era stata celebre la polemica con Richard Rorty sul postmodernismo, che Haack riteneva un cattivo modo di ragionare, inutile alla vita e alla scienza. Non poteva ammettere l’idea che tutte le interpretazioni si equivalessero e che in qualche modo si potesse ragionare senza ammettere l’orizzonte della verità. Senza tale orizzonte, tutto diventa ideologico. Per lo stesso motivo non approvava il femminismo epistemico e qualsiasi teoria che pieghi la conoscenza alla volontà o alla situazione politica. Avere Haack in tribuna era sempre scomodo. Sapevi che avrebbe ascoltato e giudicato tutto, parola per parola, e che l’avrebbe detto sicuramente, a voce e testa alta, con ironia tagliente e senza indietreggiare mai, a costo di essere sgradevole.

Una volta eravamo a un dibattito su religione e scienza. Un celebre collega francese aveva cominciato ad attaccare la Fondazione Templeton, quella che organizza e paga incontri su fede e scienza sperando di trovare un accordo tra le due. Il collega aveva proposto un boicottaggio di tale fondazione e Haack, agnostica senza pregiudizi, gli aveva dimostrato come e quanto fosse erroneo, anti-scientifico e ideologico escludere a priori l’interesse e la possibilità di tale incontro. Aveva concluso dicendo di essere intervenuta a tanti convegni cristiani, religiosi e anche alla società degli atei perché la logica è di tutti e per tutti. Alla fine, aveva detto, l’unica differenza è che gli atei tendono a mancare di ironia; sarà perché manca loro il senso del peccato, cioè dell’errore, diceva lei, l’ironica esperta di logica.

Era celebre anche per aver spiegato perché il sistema dei ranking e delle peer review (le revisioni tra pari che regolano la pubblicazione degli articoli scientifici) sia semplicemente impossibile e corrotto. Con la solita ironia, aveva scritto degli articoli scientifici al riguardo. Infine, faceva notare che l’intero sistema mondiale della progettazione costante non ha alcun senso nella ricerca scientifica. Quando uno scrive un progetto, infatti, deve indicare il risultato atteso. Ma, diceva Haack, se il risultato è già atteso mentre scrivo il progetto, o l’ho già scoperto e allora non ho bisogno del finanziamento, oppure sto mentendo. Proponeva di cambiare la logica dei progetti con quella dei premi. Si danno i soldi a chi ha scoperto qualcosa, non a chi progetta di farlo. Premi non progetti.

In italiano esistono alcuni suoi libri: Legalizzare l’epistemologia. Prova, probabilità e causa nel diritto e Difendere la scienza entro i limiti della ragione. Tra scientismo e cinismo. Se li leggerete, capirete perché vale la pena conoscere e frequentare “a lady of distinction”.


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