È un ideale potente, oggi più che mai. In un tempo che premia l’allineamento, la performance continua, l’immagine levigata - basta scorrere Instagram - la coincidenza perfetta appare come un traguardo desiderabile. Ma siamo sicuri sia proprio lì che abita la vita? E se invece fosse nello scarto - nel disagio, nella tensione, nell’inquietudine - che si apre lo spazio della coscienza e della libertà?
Il filosofo François Jullien chiama questa esperienza “de-coincidenza”: la frattura che avvertiamo quando non siamo più in sintonia con ciò che eravamo, quando qualcosa, dentro o fuori di noi, smette di combaciare. Anche dopo aver raggiunto ciò che desideravamo, può restare una spinta ulteriore, una domanda aperta. Non è un errore da correggere ma una condizione generativa. La pace, infatti, non è una superficie piatta e senza onde, ma la capacità di restare sulla cresta del movimento senza esserne travolti. In questo senso, la de-coincidenza non è un’esperienza da subire ma uno spazio da abitare, uno strumento operativo. Se coincidessimo perfettamente con noi stessi, saremmo immobili, come oggetti senza distanza né scarto. L’essere umano, invece, vive di questo disallineamento: è in quello spazio non saturato, in quella “camera vuota”, che può accendersi il movimento.
È lì che nasce il pensiero, che si apre la possibilità di scegliere. “Esistere” significa proprio questo: ex-sistere, stare fuori, non coincidere mai del tutto con ciò che è già dato. Lo sperimentiamo anche nella vita quotidiana. A volte basta poco: un viaggio, una pausa, un cambiamento di ritmo. “Staccare” non è evasione, ma un modo per rientrare con uno sguardo più lucido, e quindi diverso. La de-coincidenza, allora, non è una crisi da evitare, ma una forma di cura. E non riguarda solo i singoli. Anche le società, le culture, le fedi hanno bisogno di non coincidere completamente con se stesse per restare vive. Quando si irrigidiscono in identità chiuse, smettono di generare.
È nello scarto, nel confronto, nella possibilità di trasformarsi che si apre uno spazio comune. “In principio era la de-coincidenza”, scrive François Jullien: come condizione originaria di ogni processo vitale e creativo. Questa prospettiva illumina anche il piano spirituale. Nel Vangelo di Giovanni - e più in generale nel messaggio di Gesù - si può leggere un invito radicale a non trattenere la vita, a non ridurla a possesso. «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà». Un paradosso che rovescia il senso comune: quando cerchiamo di fissare la vita, di controllarla, finiamo per impoverirla.
Quando accettiamo il rischio del cambiamento, qualcosa si apre. È la logica, scomoda e feconda, della croce: non il successo o la sicurezza a ogni costo, ma un passaggio attraverso la perdita che può trasformare. Questo vale anche nelle esperienze più concrete. Quando un ruolo ci definisce completamente, finiamo per restarne prigionieri. Quando diciamo “sono fatto così”, rischiamo di chiuderci nella ripetizione. È proprio quello scarto - quel sentirsi “altrove” rispetto a ciò che siamo stati o a ciò che facciamo - a riaprire possibilità. De-coincidere, allora, significa anche avere il coraggio di non coincidere più con la propria immagine, non per negarsi, ma per restare fedeli a ciò che, dentro, continua a muoversi.
L’identità non è un possesso da difendere, ma un processo da coltivare. In questo senso, l’inquietudine non è un difetto da sedare, né un sintomo da eliminare. È una bussola. Se non avvertissimo mai quello scarto, non cercheremmo nulla: né l’altro, né il diverso, né, forse, il senso stesso del vivere. L’inquietudine è ciò che impedisce all’identità di diventare un carcere. In un tempo che cerca di sigillare ogni crepa con il cemento della stabilità apparente, vale la pena ricordare che è proprio dalla crepa che entra la luce.(Leonard Cohen) Nello spazio non ancora occupato dalle nostre abitudini la libertà può respirare. Forse, allora, la domanda più onesta non è: “Come posso stare bene per sempre?”, ma: “Dove mi sta conducendo questa inquietudine?”
