Il voto italiano? Poco significativo. Il ceo capitalism è alla frutta

Domani si vota, alle 23 ascolterò le proiezioni, poi andrò a dormire. Stante l’età, sono conscio che queste saranno le ultime elezioni politiche alle quali assisterò. Di qui in avanti avrò l’opportunità di metabolizzare le parole di Sant’Agostino: “La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte, è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu”.

Novant’anni trascorsi fra “caro pane, carovita, caro bollette”

Una premessa, chiunque vinca le elezioni (dall’estrema sinistra all’estrema destra), vi informo che per quel che vale (nulla): io l’Italia non la lascerò. Mai. Dopo aver tanto viaggiato, tanto vissuto e tanto lavorato all’estero, a fine vita ho scoperto che nulla è meglio dell’Italia, nessun popolo è meglio del novanta per cento degli italiani. Quelli che non contano.

Solo Draghi premier potrebbe non farci affondare?

Per quel che vale la mia analisi (in concreto, nulla) se non vogliamo affondare, noi cittadini comuni, europei, americani, cinesi, BRICST +, dobbiamo chiedere a P. e a Z. di cessare le loro ostilità in Ucraina da subito. Sappiamo chi è l’aggressore e lo condanniamo. Sappiamo chi è l’aggredito e lo aiuteremo a ricostruire. 

Ragazzi, torniamo a guardare il cielo, e le stelle

Curiosa intervista di un giornalista-editore dalla doppia personalità, ma dall’identico eccesso di autostima. Nell’intervista, R1 è l’editore, R2 il giornalista.

R2
Lei si atteggia ad apòta, schifato dalla politica politicante, il 25 settembre andrà a votare? E se sì, per chi?

Il Guardian e 42 testate giornalistiche scoprono 13 anni dopo la disruptive innovation di Uber

Fin dal suo primo vagito, ho studiato Uber. Mi affascinava la sua arrogante sconcezza manageriale. Tredici anni dopo, un’inchiesta del Guardian, e di altre 42 testate giornalistiche mondiali, “The Uber Files”, e 124.000 documenti originali “fuggiti” (come?) dagli archivi Uber, scoperchia il verminaio che c’era sotto: la lobbying-corruzione, intesa come strategia di marketing e asset aziendale. Per me, nessuna sorpresa.

"Non scrivo delle opere di storia, ma delle vite" (Plutarco)

Michele Magno recensisce "Una storia operaia 1934-2022" di Riccardo Ruggeri

Perché scrivere un libro sulla propria vita? E per chi? Per amore di se stessi, per poter approvare l'immagine di sé che si va costruendo nella scrittura? Oppure per lamentarsi e dare sfogo alle proprie inquietudini? Quest'ultima sembra essere la funzione del "journal intime", così come lo concepiva Jean-Jacques Rousseau nelle Rêveries du promeneur solitaire.