In molte società avanzate matrimoni e divorzi si sono stabilizzati su livelli che riflettono questa trasformazione: meno unioni formali, più relazioni che devono durare nel tempo.
Prima dell’era industriale il quadro era radicalmente diverso. In Europa l’aspettativa di vita alla nascita difficilmente superava i 40 anni, con forti rischi legati a mortalità infantile, malattie e parto. La biografia familiare era compressa: le donne attraversavano l’età fertile e si ritrovavano anziane, mentre la convivenza con genitori molto anziani era più rara. Non si trattava di un’età dell’armonia — segnata anzi da profonde disuguaglianze di genere e dipendenza economica — ma di un tempo storico in cui spesso mancava semplicemente il “tempo tecnico” perché una relazione si logorasse lungo decenni di vita condivisa.
In Italia oggi questo tempo c’è, e pesa. Nel 2024 i matrimoni sono stati 173 mila, contro quasi 190 mila dieci anni prima. Le separazioni sono 75 mila all’anno, con i divorzi sono saliti a oltre 77 mila, anche per l’effetto delle riforme che ne hanno accelerato l’iter. Ci si sposa meno e più tardi — l’età media al primo matrimonio supera ormai i 32 anni per gli uomini e i 30 per le donne — mentre cresce la quota di seconde unioni e famiglie ricostituite, segno di biografie affettive più lunghe e articolate.
Il nesso con la “generazione della cura” di cui parliamo in questi editoriali è soprattutto sociale. Già nel 2018 oltre un terzo degli adulti italiani tra 18 e 64 anni si prendeva cura di figli o di parenti malati e anziani; quasi 650 mila persone erano contemporaneamente impegnate su entrambi i fronti. Oltre 2,8 milioni assistevano familiari adulti non autosufficienti. È la condizione “a sandwich”, che comprime tempo, reddito e libertà personale. Non sorprende che, in questo contesto, molte relazioni si consumino sotto il peso di responsabilità che non sono più episodiche ma strutturali.
La frattura di coppia, a sua volta, ridisegna la cura. I figli da seguire fuori da un’unica casa erano già 353 mila tra i genitori di 18-64 anni nel 2018. Dopo la riforma del 2006, l’affido condiviso è diventato prevalente: nel 2005 i figli minori venivano affidati alla madre nell’80,7% delle separazioni; già nel 2007 il 72,1% delle separazioni con figli prevedeva l’affido condiviso. È stato un progresso sul piano del principio, ma anche una complicazione pratica: la cura va coordinata tra due case, due agende, due economie spesso più deboli di prima.
Sul lato degli anziani, il welfare continua a reggersi in larga misura sull’assistenza informale dei parenti, soprattutto dove i servizi sono più deboli, con effetti di stress e sovraccarico familiare. Qui il punto non è moralistico ma politico: la longevità non allunga solo la vita, allunga anche il lavoro di tenuta delle relazioni. Se non si rafforzano servizi per l’infanzia, non autosufficienza e conciliazione, la coppia resta il principale ammortizzatore di un carico che non è più privato. E quando l’ammortizzatore cede, la crisi sentimentale diventa subito crisi della cura.
