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Robot personali o condivisi?

L’idea “ogni anziano a casa sua con il suo robot” ha una forza intuitiva: preserva abitudini, memoria dei luoghi, senso di autonomia. Un robot-badante capace di interagire meccanicamente (supporto nei trasferimenti, aiuto alla deambulazione), biometricamente (monitoraggio parametri, allarmi, aderenza terapeutica) ed emotivamente (dialogo, rassicurazione, stimolazione cognitiva) può colmare vuoti quotidiani quando i familiari non sono presenti. 

Funziona solo se restano connessioni periodiche con umani reali e se i costi sono abbastanza bassi da renderlo diffuso, non elitario.

C’è però un’alternativa: case di cura di comunità in cui i robot siano promiscui, condivisi, come oggi lo sono infermieri e operatori sociosanitari. In questo scenario non esiste “il mio robot”, ma un’infrastruttura di macchine e sensori che si dividono compiti e interfacce su più persone, ottimizzando tempi e risorse.

Il rapporto umano-macchina cambia profondamente. A domicilio il robot può apprendere routine, preferenze, segnali deboli di disagio. La continuità favorisce un’interazione più personalizzata. Studi sul social robot PARO, la foca robotica usata in strutture per anziani, indicano possibili benefici su umore e qualità della vita, con alcune evidenze di riduzione di agitazione e uso di farmaci, pur con risultati eterogenei e necessità di ulteriori conferme.

Nelle strutture comunitarie, invece, il robot è meno “compagno” e più servizio, mentre cresce la scalabilità: monitoraggio notturno, consegna di oggetti, promemoria terapeutici, telepresenza per i familiari possono essere distribuiti su più ospiti. In Giappone, dove l’invecchiamento è tra i più rapidi al mondo, programmi pubblici di sostegno hanno favorito l’introduzione di robot nelle nursing home già dalla metà degli anni 2010. Analisi su dati di strutture giapponesi suggeriscono che l’adozione sia associata a riallocazione delle mansioni, maggiore capacità delle strutture di trattenere in servizio il loro preziosissimo personale e miglioramenti in alcuni indicatori di qualità, come la riduzione di contenzioni fisiche.

Il contesto demografico rende il tema urgente. A livello globale si stima una possibile carenza di circa 10 milioni di operatori sanitari entro il 2030. In Europa la pressione è accentuata dall’invecchiamento della popolazione e dalla difficoltà di reperire personale qualificato. In questo quadro, i robot non sostituiscono gli infermieri, ma possono ridurre compiti ripetitivi e aumentare sicurezza e tracciabilità.

Anche in Europa emergono sperimentazioni ibride: progetti pilota in Spagna e in altri paesi hanno introdotto robot interattivi sia in abitazioni private sia in centri di cura, puntando su servizi di promemoria, teleassistenza e rilevamento di emergenze come le cadute. Parallelamente, cresce il mercato globale dei robot di servizio medico trainato soprattutto dall’estremo Oriente e dal Nord America: > 20 miliardi di dollari nel 2024 e atteso oltrepassare i 50 miliardi entro il 2030,

La differenza tra i due modelli è chiara. Il robot personale massimizza personalizzazione e continuità, ma rischia di isolare se non è inserito in reti sociali vive. Il robot condiviso aumenta efficienza e sostenibilità, ma non deve trasformare la cura in una semplice rotazione di macchine. La vera sfida è progettare un’architettura mista: tecnologie individuali per intimità e continuità, infrastrutture condivise per sicurezza e scala.

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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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