Ovvio che rifiutarsi di accettare il fatto di essere malati di guerra altro non è che un tentativo inconscio della mente per proteggersi da una dolorosa realtà, cioè la paura delle conseguenze di una malattia che cambia il nostro stile di vita, con conseguente chiacchiericcio patrizio che ne segue. Perché la Guerra è di esclusiva competenza delle due versioni del Patriziato locale e internazionale. Il ruolo del Popolo - ex plebe, ex schiavi greci o romani – è sempre lo stesso, da 2500 anni.
Per questo ho scritto il libro Guerra e Poesia. L’avevo iniziato a quindici anni, sull’onda emotiva causata dall’essere stato colpito, a nove anni, dalla tante volte ricordata come Bomba di Aulla che ha cambiato per sempre la mia vita, in male i primi tempi, ma successivamente in bene, avendomi “aperto la mente” e fatto di me un apòta doc.
La nascita del libro è stata laboriosa, infatti l’ho finito e mandato in stampa a novant’anni, quando ero entrato in quella fase della vita in cui, se vuoi, puoi diventare ciò che ti sarebbe sempre piaciuto essere. Il Popolo se vuole evitare la Guerra – quando capirà che è cosa patrizia? – non ha altra alternativa che farsi poeta, rifiutando ogni altro ruolo, in primis operativi.
Il libro Guerra e Poesia è stato il più grande flop della mia vita, come editore, ma soprattutto come autore. Avevo previsto una ridicola tiratura di 100 copie (sic!), quasi subito decisi di regalarne una cinquantina, pur sapendo che nessuno l’avrebbe letto seriamente, al massimo ne avrebbe spiluccato qualche pagina. Consuntivai la vendita di una trentina di copie, autentici eroi in lettura che ringrazio. Ne sono rimaste in magazzino una ventina costringendomi, per dignità personale, di toglierle dal mercato, mandandole al macero. All’apparenza, un fallimento totale, ma la soddisfazione immensa che si può rispondere alla Guerra con la Poesia.
Prendo due pagine a caso:
“… Gli inglesi di allora - siamo nel XIX secolo, al tempo delle guerre legate al cosiddetto Grande Gioco, in quel luogo mitico ove convissero tre Imperi, l’ex persiano, il russo zarista, l’inglese - nutrivano pochi dubbi sul loro ruolo colonialista, quindi sul loro lavoro. Era il tempo dell’arroganza imperialista, dell’orgoglio patriottico, della fede incrollabile della naturale supremazia della civiltà europea, etc. etc. Le risposte a noi occidentali la Storia, in quest’ultimo secolo, ce le ha già date, prima a piccole dosi, poi con autentici ceffoni ….
Il fallimento della Globalizzazione mercantilistica, l’impossibilità dell’esportare la democrazia con la Guerra per fare più business, sono lì, per ricordarci che il voler imporre il nostro imbarazzante stile di vita ad altri, di culture altre, non ha speranze.
Inutile insistere, sarebbe facile da capire, ma molti di noi lo rifiutano. Il business, interpretato furbescamente, ha loro ottenebrato il cervello.
Possibile che sia così difficile capirlo? Gli ex mezzadri da decenni stanno dicendo a noi vecchi latifondisti che non ci stanno più al giochino di un colonialismo riverniciato e digitalizzato, imposto non più con le Corazzate ma con lo Swift e con una batteria di App proprietarie.”
Questo capitoletto si chiude con una “letterina” ai miei amati giovani della Gen - quelli che, piaccia o meno a noi vecchi tromboni, saranno al potere nel XXI secolo, e lo modelleranno a loro immagine, esattamente come abbiamo fatto noi, con i risultati ignobili che vediamo, nel XX secolo - messa graficamente in parentesi quadra:
[Ragazzi, è bene che capiate come il giochino stia finendo, è arrivata l’ora del rimboccarsi le maniche e “gambe in spalle”, come si diceva un tempo nei campi e nelle officine. In passato, i popoli schiavizzati dall’Occidente, attraverso le guerre coloniali, avevano reso ricchi i nostri avi. Ora, i successori di quei popoli hanno detto: BASTA. Si rifiutano di continuare a mantenerci, con le loro materie prime e con il loro lavoro sottopagato. Questo è il massaggio che ci mandano …].
Nulla da aggiungere, Vostro Onore! Mi ritiro, felice, nella mia RSA domestica.
