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Il robot che balla non ti salva senza IA

Androidi che danzano in perfetta sincronia, saltano, fanno kung-fu, si esibiscono in coreografie impeccabili davanti a milioni di spettatori. Dalla Cina in particolare arrivano immagini spettacolari: i robot Unitree H1 protagonisti del Gala di primavera della CCTV, le formazioni coordinate mostrate da aziende come Ubtech, show con centinaia di macchine in movimento armonico. 

Nessuno vuole sminuire questi progressi: equilibrio dinamico, controllo attuatori, visione e pianificazione del moto hanno compiuto passi da gigante.

Ma è necessario sgombrare il campo da un equivoco.

Quelle performance non sono decisioni autonome maturate “in scena”. Sono sequenze pre-programmate, ottimizzate, provate e riprovate, spesso derivate da motion capture umana o da traiettorie calcolate offline. Il robot esegue, non interpreta. Ripete, non sceglie. Il palcoscenico è un ambiente controllato: pavimento noto, ostacoli assenti, tempi scanditi.

Il futuro dei robot domestici – specie in ambito di cura – si gioca altrove. Non nella perfezione del passo a tempo, ma nella capacità di adattarsi a contesti imprevedibili. Un appartamento reale è l’opposto di un palco: tappeti che scivolano, sedie spostate, luci variabili, oggetti lasciati a terra. E persone fragili. In Italia il 24,7% della popolazione ha più di 65 anni; secondo i dati Passi d’Argento del 2023-2024, un'indagine periodica nazionale sulla qualità della vita, sulla salute e sulla percezione dei servizi nella terza età, circa il 20% degli over 65 riferisce di almeno una caduta nell’ultimo anno. A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima circa 684 mila decessi annui per cadute. È qui che si misura l’intelligenza di una macchina.

Un robot domestico non dovrebbe limitarsi a sollevare dopo una caduta o segnalarla a terzi, fatti già importanti per carità, ma contribuire a evitarla: monitorare postura e andatura, riconoscere segnali precoci di instabilità, intervenire con un supporto fisico calibrato o allertare tempestivamente. Per farlo servono percezione robusta, fusione di sensori ridondanti, modelli predittivi in tempo reale, capacità di gestire l’imprevisto senza generare nuovi rischi. È un problema di sicurezza funzionale – ambito normato per i personal care robots dallo standard ISO 13482 – ma anche di comprensione del contesto.

La differenza è sostanziale. Una coreografia è una traiettoria chiusa: dall’inizio alla fine non accade nulla che non sia stato previsto. L’assistenza domiciliare è una traiettoria aperta: ogni secondo può introdurre una variabile nuova. Il robot che danza sa già dove mettere il piede. Il robot che assiste deve decidere dove metterlo mentre qualcuno inciampa davanti a lui e in questo l’IA è essenziale.

Ecco perché le “prove da circo” non bastano a certificare maturità. Sono dimostrazioni di meccatronica avanzata, non di autonomia situazionale. Il salto qualitativo consisterà nel passare dalla ripetizione perfetta alla scelta prudente; dall’esecuzione programmata alla responsabilità operativa in ambienti non strutturati.

Quando vedremo androidi capaci di prevenire una caduta, adattare la presa alla fragilità di un polso, interrompere un’azione perché hanno compreso un rischio inatteso, allora potremo parlare di vera rivoluzione domestica. Fino ad allora, applausi meritati per lo spettacolo. Ma la sfida, quella che conta, si gioca lontano dai riflettori.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.