All’opposto dei robot industriali o assistivi, dove la forma umana è funzionale ma non necessaria, nel mercato dei sex robot l’aderenza alle fattezze, ai movimenti e persino alle micro-espressioni umane è il prodotto stesso, per non parlare della componente conversazionale, parte integrante pure lei della mission di queste macchine. Non sorprende quindi che i principali attori del settore – aziende come Realbotix (ex Abyss Creations), DS Doll, WM Doll o la più recente Engineered Arts, che pur operando su più fronti incrocia alcune tecnologie chiave in questo settore – concentrino gli investimenti su materiali siliconici avanzati, scheletri articolati, attuatori silenziosi e sistemi di interazione basati sull’intelligenza artificiale generativa conversazionale.
Negli ultimi anni i passi avanti sono stati significativi: maggiore libertà di movimento del collo e del busto, pelle sintetica con gradiente termico, sensori di pressione distribuiti, e software capaci di apprendere preferenze e routine dell’utente per adeguarvisi sempre meglio. Tuttavia, questi progressi hanno un costo. Oggi un amante robotico di fascia medio-alta oscilla tra i 6.000 e i 15.000 euro di costo, con punte superiori finì oltre i 100.000 euro se si includono moduli di intelligenza artificiale avanzata e personalizzazioni estetiche estreme. Un mercato dunque ancora di nicchia, fortemente polarizzato sul lusso tecnologico.
Ed è qui che il confronto con gli androidi “produttivi” diventa interessante. Le due traiettorie sembrano divergenti per finalità e narrazione sociale, ma condividono una base tecnologica comune: attuatori, materiali, batterie, catene di fornitura, algoritmi di interazione uomo-macchina. Laddove l’industria e l’assistenza spingono per affidabilità, robustezza e riduzione dei costi, il settore dei sex robot funge da laboratorio estremo per l’accettazione emotiva e l’iper-antropomorfismo. I risultati possono essere mutuamente utili: l’uno abbassa i costi, l’altro accelera l’evoluzione dell’interfaccia umano-robot. Il paragone tra un’auto utilitaria e una Formula 1 è, per certi versi, calzante.
La vera questione, allora, non è se questi due mondi siano compatibili, ma se riusciranno a convergere verso economie di scala sufficienti a democratizzarne l’accesso, assodato che anche i sex robot, ne discutevamo ieri sera al Circolo di Lettori di Torino in un incontro dedicato all’incrocio tra sesso e tecnologia col filosofo Maurizio Balistreri, possono risultare, a modo loro, socialmente utili. Solo un abbattimento deciso dei costi di produzione e di manutenzione potrà evitare che gli androidi – siano essi colleghi di fabbrica, assistenti domiciliari o compagni intimi – restino tecnologie esclusive, riservate a pochi. In gioco non c’è solo un mercato emergente, ma il modo in cui decideremo di convivere e prosperare con macchine sempre più simili a noi.
