Il Cameo


Abbiamo buttato alle ortiche il primo quarto del XXI secolo. Perché?

È mezzogiorno in punto, è una fredda giornata di gennaio, il ristorante sul lago in quel di Paradiso ha appena aperto, i due vecchi amici hanno fatto la solita comanda al solito cameriere: acciughe del Mar Cantabrico con burro salato ai ricci e pane di segale, poi una porzione di fritto misto di calamari e ciuffetti da dividere in due, con il piatto messo al centro , mangiandolo (rigorosamente) con le mani. Due calici di vermentino sardo, due caffè, 150 franchi in due.

Visto che questa volta toccava a me pagare, toccava anche a me scegliere il tema della chiacchierata-intervista (diventata titolo) con il solito banchiere svizzero XY: “Abbiamo buttato alle ortiche il primo quarto del XXI secolo. Perché?”

RR

Nel XX secolo tutto avvenne nel primo quarto: 1 Prima Guerra mondiale (che con un time-out di vent’anni divenne poi Seconda); 2 Rivoluzione russa; 3 Rivoluzione nazi-fascista in Germania e Italia.

Dall’adiposo grembo del Capitalismo nel frattempo erano nati i suoi due figli, osceni e speculari, il Comunismo e il Nazifascismo.

Al crollo dell’Urss, un vecchio arnese del comunismo come Vladimir Putin non capì che il mondo stava cambiando, che tutti i paradigmi in essere sarebbero evoluti in nuovi formati: dalla guerra all’economia, dal dominio territoriale alle zone di influenza, dall’analogico al digitale, dall’enciclopedia a IA, dal carro armato al drone, dal chirurgo al robot, dal diesel all’elettrico, dal poliziotto di quartiere alle telecamere con riconoscimento facciale, etc. etc.

In realtà, non lo capimmo anche noi europei, stante che nel primo quarto del XXI secolo, erano arrivati al pettine tutti i nodi dell’arroganza occidentale conseguente alla sciagurata ideologia di esportare non solo merci o spazzatura di ogni tipo, ma addirittura la democrazia.

XY

Perché per stare al mondo, e volerci stare da leader come lo siamo stati dal 1789 in avanti, bisogna capire dove sta andando il mondo.

E noi europei non siamo più in grado di capirlo, o ci rifiutiamo di capirlo, banalmente il nostro problema è questo. Siamo stati i primi a sostenere che lo scioglimento dei ghiacci avrebbe fatto diventare strategiche le terre dell’Artico, e quindi avrebbe fatto diventar ricchi e potenti chi avrebbe sfruttato questa opportunità in termini di materie prime pregiate e nuove rotte marittime che avrebbero cambiato la logistica mondiale. E invece ci siamo voltati dall’altra parte, trasformando un’opportunità strategica in fuffa ecologistica e intellettualoide, sfociata nel gretinismo di Stato.

Ricordo che nel nostro pranzo di fine agosto mi dicesti che non riuscivi a capire perché Putin avesse accettato di andare in Alaska per parlare di pace in Ucraina, quando sapeva che gli europei non erano ancora maturi (e tecnicamente non potevano neppure farlo, solo il Consiglio di Sicurezza ONU ne aveva facoltà) per togliere il mandato di cattura internazionale dell’Alta Corte dell’Aia allo stesso Putin, condizione pregiudiziale minima perché lo stesso si sedesse al tavolo, e la Guerra potesse finire.

Dopo l’incontro di Anchorage i due loschi gattoni si scambiavano fuse reciproche, non perché si fossero accordati sull’Ucraina (che in termini geopolitici per l’America di oggi vale zero) ma perché si erano accordati sull’Artico, creando quella che tu chiami filiera strategica militarizzata (anti Cina).

Di recente sul Corriere del Ticino è comparso un pezzo di Giona Carcano che intervista Marzio Mian, giornalista e scrittore e pure fondatore del The Artic Times Project, che dice: “Ho avuto conferma che la partita dell’Artico fosse seria quando partecipando di recente a un Forum in quel di Murmansk (porto dove si trova una flotta, unica al mondo, di rompighiacci atomici russi, diventati strategici per il futuro passaggio artico, nda) ho sentito Putin ribadire che sulla Groenlandia la Russia non starà a guardare e difenderà i suoi interessi ma nello stesso tempo legittimava le mire dell’America in quella parte del mondo”.

Mi pare evidente che Anchorage sia stata, a nostra insaputa, una mini Yalta a due. E l’America non ha bisogno, come dici tu, di fare la guerra alla Danimarca o all’Europa o alla Nato. Semplicemente convincerà a suon di dollari il Popolo Inuit a vendere o affittare le basi militari che le servono.

Si conferma così l’ovvia risposta al perché del titolo: Perché capire è difficile, e non sempre il mondo va dove noi vorremmo che andasse.

Prosit!

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