LA Caverna


Don Bosco parla ancora al nostro tempo

Viviamo in un’epoca che non tollera le rughe. La giovinezza è diventata l’unica età socialmente accettabile; tutto il resto va nascosto, accelerato, sostituito. È una logica spietata che pervade la cultura contemporanea e che, in forme diverse, è stata anche propria dei totalitarismi del Novecento: esaltare la forza, la velocità, l’eterna novità, rimuovendo la fragilità, la lentezza, la memoria. In questo scenario, la vecchiaia viene percepita come un degrado, una perdita di valore sociale, addirittura una colpa, un difetto di fabbrica.

Don Bosco, invece, arriva alla fine della vita e rovescia il tavolo. Per lui la vecchiaia non è un incidente di percorso, ma un punto di arrivo. Non è la resa dei conti, ma il tempo della verità. È una croce, sì, ma feconda. È proprio quando il corpo cede che può nascere qualcosa di decisivo, a patto che resti viva l’alleanza con i giovani. Quando questa alleanza si spezza, la società si disintegra: i nonni si rifugiano nel “si stava meglio prima”, i ragazzi restano prigionieri di un presente infinito, scandito da notifiche e schermi. Nessun futuro nasce senza un ponte tra le generazioni.

Non è un caso che uno dei testi più potenti di Don Bosco venga scritto quando lui è ormai allo stremo. Nel 1884, da Roma, un uomo quasi cieco, piegato dalla malattia, con una grafia incerta, trova ancora la forza di scrivere una lettera che brucia di lucidità. Il corpo è in macerie, ma il fuoco educativo è intatto. È il paradosso cristiano: quando sembra finita, è lì che si decide l’essenziale. In quelle righe Don Bosco colpisce al cuore ogni educatore: non basta amare i giovani, bisogna che lo sappiano. L’amore invisibile è inutile. Un affetto che non si vede non educa, non genera, non cambia nulla. Da qui nasce uno stile che oggi suona quasi scandaloso: l’educatore deve stare “in cortile”, sporcarsi le mani con la vita dei ragazzi, perdere tempo con loro. Non per controllare, ma per esserci. Non per fare il simpatico, ma per costruire fiducia.

La presenza vale più della sorveglianza. La relazione più del regolamento. Educare oggi non è impossibile, ma è scomodo. Richiede fatica, studio, capacità di decifrare linguaggi nuovi e mondi che non ci appartengono più. Don Bosco non chiede fotocopie del passato, ma creatività evangelica. Non “fare come ha fatto lui”, ma avere il coraggio di fare ciò che farebbe oggi, dentro una cultura frammentata, ipermediatica, confusa. E qui arriva un altro colpo basso: la crisi della paternità. Troppi adulti hanno smesso di essere padri per diventare “cuscini emotivi”: morbidi, accoglienti, ma incapaci di dire dei no. Eppure un giovane senza limiti è una forza fuori controllo. Come un fiume senza argini: non irriga, distrugge. I ragazzi hanno bisogno di confini chiari, di adulti che sappiano esigere, correggere, anche scontentare.

L’autorevolezza non è durezza, è responsabilità. Il vero obiettivo dell’educazione non è tenere buoni i ragazzi, ma renderli liberi. Far capire loro che le regole non sono nemiche della felicità, ma alleate. Che lo studio, la disciplina, l’impegno non sono punizioni, ma strumenti per diventare se stessi. Quando questo si perde, le strutture educative diventano gusci vuoti: restano in piedi, ma senza anima. Si salvano le opere e si perdono le persone. Per Don Bosco il criterio è chiarissimo: una realtà educativa vale per come si prende cura dei giovani più fragili, quelli che nessuno vuole, quelli “pericolanti”.

Questa è la vera ricchezza, non i bilanci in ordine né le statistiche. Il fine non cambia: giovani felici, qui e per sempre. Tutto questo esige una conversione reale, non cosmetica. Uscire dalle zone di comfort, smettere di parlare solo a chi è già dentro, mettersi in cammino verso i giovani feriti e disillusi, come i discepoli di Emmaus. Dire loro, con la vita prima che con le parole, che il Signore è necessario, e che li ama davvero. Per Don Bosco la gioia non è un accessorio, è un’arma. È il linguaggio più credibile del Vangelo. Ed è forse proprio questa gioia, nata nella vecchiaia e passata attraverso la croce, la provocazione più forte contro una cultura che scarta chi non serve più.

Una gioia che rifiuta la rottamazione e continua, ostinatamente, a generare futuro.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.