In questo contesto, l’espressione di papa Francesco “terza guerra mondiale a pezzi” non va letta come una metafora retorica, ma come una categoria interpretativa. Le guerre più visibili — Ucraina, Medio Oriente, Sudan, Myanmar, Sahel, fino alla violenza strutturale legata al narcotraffico in America Latina — costituiscono soltanto la superficie di un ordine globale fondato sulla conflittualità permanente. Per una parte crescente dell’umanità, la guerra non è più un’eccezione, ma una condizione ordinaria dell’esistenza.
Il Global Peace Index 2024 individua nelle competizioni per le risorse, negli interessi geopolitici e nei traffici illeciti, i principali fattori di questa escalation. Tuttavia, limitarsi a una spiegazione geopolitica risulta insufficiente. Ciò che è in gioco non è soltanto l’equilibrio tra potenze, ma una trasformazione profonda delle categorie morali, culturali e simboliche attraverso cui l’Europa — e più in generale l’Occidente — ha interpretato il male, la responsabilità e il senso della storia. Dopo la Shoah, la coscienza europea aveva riconosciuto l’impossibilità di continuare a leggere la sofferenza attraverso il paradigma della giustizia retributiva, né interpretare il male come evento accidentale, come deviazione marginale, come prova o strumento pedagogico divino.
Oggi, la proliferazione dei conflitti su scala globale non è più riconducibile a singoli agenti, ma assume una forma sistemica, industriale, burocratica, prodotto da apparati anonimi, da decisioni frammentate, da catene di comando che dissolvono la responsabilità personale. In questo senso, il paradigma teologico e morale tradizionale appare definitivamente inadeguato.
La teodicea classica — intesa come tentativo di giustificare Dio di fronte al male — entra in una crisi irreversibile. L’idea di un Dio garante dell’ordine morale del mondo e protettore degli innocenti risulta compromessa non sul piano speculativo, ma su quello etico. Ogni giustificazione del silenzio divino rischia di trasformarsi in una legittimazione indiretta della violenza. In questo quadro, la figura di Giobbe assume un valore paradigmatico radicale. Giobbe non è più il simbolo della sofferenza redenta, ma di una protesta senza risposta. La sua esperienza non conduce a una restaurazione del senso, bensì segna la rottura dell’idea di un’Alleanza divina fondata sulla reciprocità.
Il male contemporaneo, a differenza di quello biblico, non è naturale né individuale, ma pianificato, amministrato, reso efficiente. Ciò impone un cambiamento di prospettiva: non siamo di fronte a un mistero incomprensibile ma a una responsabilità da assumere. È in questo passaggio che emerge con forza il ruolo delle potenze e dei loro apparati simbolici. Attraverso campagne di comunicazione, programmi educativi, narrazioni mediatiche e dispositivi linguistici, la guerra viene normalizzata, resa pensabile, perfino doverosa. “Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze” (papa Leone XIV). Egli denuncia con chiarezza questo slittamento: invece di una cultura della memoria, capace di custodire le consapevolezze maturate nel Novecento, si promuove una pedagogia della minaccia, che trasmette una nozione puramente armata di sicurezza e di difesa. Il principio “si vis pacem, para bellum”, presentato come realismo politico, diventa uno strumento di “disciplinamento delle coscienze”, una forma di riorientamento cognitivo attraverso il quale il cittadino viene educato a considerare la preparazione alla guerra come un dovere morale e la pace come una variabile subordinata alla forza.
Hannah Arendt ha mostrato come il male si affermi là dove il pensiero abdica e il giudizio viene sospeso. La teodicea, in questo scenario, viene sostituita da una giustificazione strutturale del male: nessuno è responsabile, perché tutti obbediscono a meccanismi che sembrano inevitabili. Allora il problema del “silenzio di Dio” non va rimosso ma affrontato criticamente, reinterpretato non come assenza da spiegare con la metafisica, ma come fine di ogni eteronomia morale. Dio non interviene, non riequilibra la storia, non risarcisce le vittime. Il senso non è più garantito dall’Alto, ma affidato alla coscienza umana. Questo spostamento segna una svolta decisiva: il baricentro della riflessione passa dalla teologia all’etica. Le guerre contemporanee non mettono in crisi Dio ma l’uomo, quando rinuncia a pensare, a giudicare, a resistere. La fede non consola né assolve, ma obbliga, non offre spiegazioni, ma esige responsabilità.
La memoria delle condanne esplicite alla deterrenza — da Giovanni XXIII ai papi dei giorni nostri — assume una funzione critica essenziale: impedire che la ragione si riconcili con l’orrore e che il silenzio della coscienza venga ancora una volta scambiato per silenzio di Dio. Le guerre restano delle ferite aperte non da sanare teologicamente, ma da custodire come interrogazione permanente sulla fragilità e sulla dignità dell’uomo, sulla necessità di rifondare insieme la nostra cultura europea, e di ritrovare con un fondato pensiero etico la responsabilità politica. “Giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti”. (Giovanni XXIII)
