Le cause intrecciano fattori economici, normativi e sociali. Il lavoro di cura è spesso poco pagato rispetto al costo della vita urbana, con lunghi orari, convivenza obbligata e alta esposizione a irregolarità contrattuali, contributive e abitative. Si opera spesso in “zone grigie” del diritto del lavoro, con tutele ridotte, carichi emotivi e fisici elevati, prospettive di carriera minime. Burnout e precarietà spingono una quota crescente a rientrare nel Paese d’origine, spesso in crescita economica, o a spostarsi verso altri Paesi europei con salari più alti, percorsi di stabilizzazione più chiari e minore burocrazia. Le politiche migratorie italiane hanno spesso usato il lavoro domestico come canale di ingresso “tappo”, senza garantirne piena dignità: quote limitate, permessi legati al singolo datore, difficoltà di ricongiungimento familiare e scarsi percorsi strutturati di qualificazione professionale rendono il settore poco attrattivo nel medio periodo (CISL).
Il nodo non è solo quanti caregiver ci sono, ma come sono inseriti. L’Italia ha costruito un welfare familiare che dà per scontata una badante a basso costo, spesso donna e migrante, per compensare carenze di servizi pubblici domiciliari, residenziali e territoriali. Con l’aumento dei costi del lavoro e delle regolarizzazioni, molte famiglie faticano a sostenere stipendi adeguati, con un doppio rischio: una parte delle lavoratrici esce dal settore o va nel sommerso, mentre chi resta accetta condizioni più pesanti, alimentando turn‑over e insoddisfazione. Intanto cresce la domanda di competenze: cura di patologie complesse, telemonitoraggio e coordinamento con i servizi socio‑sanitari richiedono profili più formati del semplice “badante tuttofare” (ISTAT).
Il modello basato su un serbatoio inesauribile di lavoratrici migranti, poco tutelate e facilmente sostituibili, non è più sostenibile socialmente né demograficamente. Ciò premesso, non è però scritto da nessuna parte che i caregiver stranieri debbano lasciare il nostro Paese. Il governo sta reagendo, prevedendo per il 2025 una quota aggiuntiva di 10.000 visti di lavoro per caregiver, che si sommano ai 9.500 già programmati per l’assistenza domiciliare e familiare. Ma l’aumento delle quote non basta: occorre ripensare l’ecosistema della cura, rafforzando i servizi pubblici domiciliari e territoriali, migliorando salari, tutele, formazione e carriere, e integrando tecnologie assistive che alleggeriscano i compiti più gravosi (Decreto Flussi).
Le migrazioni seguono il confronto tra opportunità, diritti e qualità della vita. Se l’Italia saprà trasformare il lavoro di cura in una professione riconosciuta, con condizioni dignitose, percorsi di stabilità e un ambiente meno ostile, continuerà ad attrarre caregiver dall’estero. Se invece prevarranno solo soluzioni emergenziali, il saldo negativo aumenterà e l’arrivo dei robot badanti, a sollevare almeno in parte gli umani dai compiti della cura, sarà allora ancor più essenziale per disinnescare una bomba sociale.
