Tecnosofia


Cure artificiali per ambienti umanocentrici

Nel dibattito sul rapporto uomo–robot si continua spesso a confondere empatia e funzionalità. Nel precedente editoriale abbiamo sostenuto come una somiglianza eccessiva tra robot e umani rischi di essere controproducente, soprattutto nell’assistenza agli anziani, dove l’illusione relazionale può generare disagio e aspettative sbagliate. 

Eppure, mentre il filone dei robot “quasi umani” resta controverso, un’altra traiettoria tecnologica sta avanzando con maggiore concretezza: quella dei robot antropomorfi industriali, simili all’uomo quanto basta per lavorare nel suo mondo.

Il contesto europeo rende questa riflessione tutt’altro che teorica. Oggi oltre il 21% della popolazione dell’Unione Europea ha più di 65 anni; entro il 2050 si avvicinerà al 30%. Parallelamente, diminuisce la forza lavoro attiva e aumenta la pressione sui sistemi di welfare, già in difficoltà nel garantire assistenza domiciliare, cura continuativa e servizi sociosanitari. Mancano operatori, aumentano i carichi fisici, crescono i costi. In questo scenario, il tema non è se i robot entreranno nella sfera della cura, ma come.

Negli stessi anni, in Cina, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud si sta sviluppando una nuova fase della rivoluzione industriale: robot umanoidi progettati per svolgere mansioni pensate per corpi umani, in ambienti non standardizzati. Non cercano empatia, ma compatibilità fisica: due braccia per sollevare, mani per afferrare, gambe per muoversi in spazi complessi, originariamente concepiti per esseri umani. Sono macchine pensate per fabbriche, magazzini, cantieri, ma anche per infrastrutture già esistenti, senza doverle riprogettare.

Ed è proprio qui che emerge il ponte con l’ambiente domestico. La casa è, per definizione, costruita a misura d’uomo: scale, letti, bagni, porte, elettrodomestici. Gli stessi vincoli che rendono complessa l’automazione industriale avanzata sono quelli che rendono promettente l’uso di robot antropomorfi “non troppo umani” per il welfare. Sollevare una persona non autosufficiente, aiutare nei trasferimenti, svolgere lavori domestici pesanti o rischiosi, supportare caregiver e operatori: compiti fisici, usuranti, spesso causa di infortuni e abbandono della professione.

La suggestione non è nuova. Nel film del 1980 “Io e Caterina”, di e con Alberto Sordi, il robot domestico incarnava già il timore della sostituzione totale.

Aziende come Tesla con Optimus, Figure AI, Agility Robotics o la cinese Unitree Robotics stanno sviluppando piattaforme dichiaratamente ibride: nate per l’industria, ma pensate per un futuro utilizzo civile. In Giappone, Toyota e Honda continuano a investire in robot umanoidi come estensione della forza e della mobilità umana, non come simulazione dell’essere umano.

Per l’Europa, il punto cruciale è politico e culturale prima ancora che tecnologico: accettare e usare questi strumenti per rafforzare il welfare, senza smantellarlo; per supportare chi cura, non per sostituire la relazione; per adeguarci a una società che invecchia, non per negarne i bisogni. In questo equilibrio delicato, i robot antropomorfi non troppo umani potrebbero diventare una delle infrastrutture silenziose del welfare del futuro, soprattutto in un Paese come il nostro, dove è nato il personal computer e, orfani della grande produzione automobilistica, si eccelle comunque nella meccatronica.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
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Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.