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America elettrica

In questi giorni sono uscite delle previsioni molto interessanti, tra cui l’aumento del consumo di energia elettrica americana, che dovrebbe raddoppiare da qui ai prossimi 25 anni. Per molto tempo il nostro consumo di corrente è rimasto essenzialmente piatto, mentre in Cina è cresciuto rapidamente, ed ora ci ha doppiato. 

La Cina ogni anno produce 10.000 Terawatt/ora, noi non arriviamo a 4.500, l’Europa a malapena raggiunge i 2.700, l’Italia 265TWh. Una delle ragioni della grande differenza tra Cina ed USA è che nella prima l’elettricità è assorbita al 60% da consumi industriali, mentre da noi va per uso residenziale e commerciale; abbiamo ancora molte fabbriche che si producono la corrente in autonomia. Cosa cambia adesso in America, che faccia prevedere questo raddoppio dell’elettricità?

Fino all’arrivo di Trump le aziende automobilistiche domestiche facevano finta di credere nell’elettrificazione dei loro prodotti, tranne ovviamente Tesla che lo fa per davvero. Ora che la nuova amministrazione ha eliminato i $7.500 di credito federale per l’acquisto di un EV, le varie GM, Stellantis e Ford hanno fatto inversioni ad U, rimangiandosi paginoni di PowerPoint inutili e di promesse molto vacue sul loro impegno per il clima. Ford ha dato una sterzata interessante, dopo aver costruito due fabbriche per produrre batterie: non le mette più sulle sue EV che cessa di produrre, ma le vende ai datacenter. Anche in questo caso scopiazzano da Tesla, che solo l’anno scorso ha venduto $12 miliardi di batterie statiche, con un margine netto del 30%, ed una vera manna dal cielo per gli azionisti.

Se l’auto fa marcia indietro, i due fattori che stanno spingendo l’elettrificazione del nostro paese sono chiari: da un lato la crescita esponenziale dei datacenter, dall’altro l’aumento di robot nelle industrie e nei servizi. In entrambe i casi la velocità richiesta dal mercato non trova riscontro nella capacità della rete di tenere il passo, ed in quella della gerontoburocrazia di approvare i progetti in tempi utili. Qui in America se vuoi mettere due pale eoliche ed una batteria, o un datacenter, devi chiedere il permesso ad ogni ordine e grado di ente locale, statale e federale, e fare anche una riunione aperta al pubblico dove la reazione media è sempre la stessa: non a casa mia, semmai dal vicino.

A Lewiston, Maine, dove ho abitato a lungo, c’è un bell’edificio industriale recuperato dal vecchio uso di produzione tessile: tutto in mattoni, di fianco ha un torrente che veniva usato per le caldaie a vapore, ha una bella torre di refrigerazione, ed è vuoto e desolato perché il museo che ne ricorda le glorie occupa una porzione minima. Quale migliore idea di metterci dentro un datacenter? Lavoro diretto per 40 tecnici ed attrazione di altre aziende digitali che avrebbero costi di calcolo molto ridotti, quindi altro impiego. Niente da fare: la maggioranza dei cittadini non vuole il rumore sordo dei server e tantomeno compromettere la salute della tinca nel torrente. Vadano altrove, mentre in città non si trova lavoro.

La mancanza di una politica industriale di lungo periodo coerente tra livello federale, statale e locale, mette in evidenza anche l’incapacità di far fronte alla richiesta del mercato: passiamo dai sette anni d’attesa se ti serve una turbina a gas, ad altrettanti per adeguare la rete al nuovo carico di trasmissione, a tre anni per rendere operativo un sito rinnovabile, quando il datacenter o la fabbrica robotizzata devono essere operativi tra due. Ed in Cina corrono, perché pur rispettando la tinca del torrente e l’udito del vicino, c’è un’orchestrazione coerente tra tutti gli attori coinvolti.

Trump si rende conto che questo è forse il campo più facile dove dimostrare di aver aiutato il Paese, e spara ordini a destra e manca. Vuole che le ricchissime aziende digitali paghino di tasca propria la nuova infrastruttura di generazione elettrica, ed in questo trova tutti d’accordo perché alle multinazionali serve rapidità, alla popolazione l’assicurazione che non gli aumenti ancora la bolletta, che negli ultimi anni è salita del 32%. Con un altro editto rinnova le licenze per gli impianti a carbone, precedentemente avviati alla chiusura per salvaguardare il clima. Ha buon gioco nel far notare che se la Cina sta piastrellando il paese di pannelli solari e pale eoliche, per 2.000TWh, è comunque vero che la maggior parte della sua produzione continua a venire dal carbone, quindi non possiamo esser Tafazzi e farci del male da soli, come fanno gli amici tedeschi ed europei, che bellamente han chiuso carbone e spesso nucleare, dandosi la zappata sui piedi.

Parecchi senatori e governatori democratici, che fino a ieri hanno bloccato la costruzione di gasdotti ed ordinato la chiusura di centrali a carbone e nucleare, ora sono in fortissimo imbarazzo: anche per loro si prospetta un inversione ad U, che per l’homus politicus è manovra abituale.

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Zafferano

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