Dobbiamo operare un ribaltamento di prospettiva fondamentale, prendendo lezione da don Lorenzo Milani: occorre smettere di chiedersi "come fare la scuola" per domandarsi "come essere a scuola".
Al centro di tutto non può esserci il programma, ma l'incontro. L’insegnante-educatore non è un asettico trasmettitore di saperi, ma un individuo chiamato a prendersi carico dell’inquietudine esistenziale degli studenti. È una missione che abbandona la "competizione solitaria" per abbracciare «il mestiere di vivere» (Cesare Pavese). Il “maestro” non agisce nel vuoto: la scuola deve essere un punto di mediazione tra le generazioni, sostenuto dall'intera società. «In mancanza di un rapporto virtuoso fra il mondo della scuola e la società tutta, ogni iniziativa dei singoli maestri è destinata a fallire». (E. Affinati, Per amore del futuro. Educare oggi, San Paolo, 2025, p. 58) In un’epoca di accelerazione costante, questa visione si pone come un vero atto di resistenza. Se il capitalismo esige risultati immediati, l’educazione richiede lentezza e gratuità. L’istruzione non è un semplice passaggio di consegne, ma un «pane da spezzare e condividere», un atto che trova legittimità solo nella testimonianza di vita di chi insegna. Questa sfida ci pone davanti a un bivio: vogliamo una scuola che prepari individui funzionali al sistema o persone capaci di abitare l’umano?
Giganti come John Dewey, Paulo Freire e Maria Montessori ci hanno già indicato la via: la scuola come democrazia, come pratica di libertà e come rispetto per l'autonomia del singolo. Applicare questa visione alle sfide tecnologiche odierne significa operare una "umanizzazione del digitale". La tecnologia permette una personalizzazione estrema, ma il rischio è il solipsismo. La soluzione è usare l'innovazione per liberare tempo. Lasciamo all'Intelligenza Artificiale correggere i test e guadagnamo spazio per lo sguardo, per l'ascolto, trasformando il tempo risparmiato in tempo di relazione. Il digitale deve diventare un ponte per raggiungere chi è ai margini e non un muro di esclusione. Dobbiamo essere lucidi nell'analizzare i rischi di una digitalizzazione selvaggia. Se la tecnologia diventa un fine e non un mezzo, la scuola si trasforma in un freddo "processore di dati". Il rischio è la sostituzione del rapporto umano con l'interfaccia, filtrando emozioni ed empatia. La schiavitù dei risultati che misurano ogni secondo dell'apprendimento uccidono l'errore fecondo come la natura ipertestuale del web rischia di distruggere il pensiero profondo, sbriciolando il sapere in mille pezzi che non sfamano nessuno.
Teniamo presente che la tecnologia non è neutra: chi ha famiglie colte alle spalle la usa per potenziarsi, chi vive in contesti di fragilità rischia di subirla come intrattenimento passivo, aumentando il divario sociale. La sfida dell’educazione contemporanea non consiste nel rifiutare la tecnologia, bensì nell’evitare che essa diventi l’unico linguaggio possibile. La scuola deve continuare a essere un «luogo di attrito tra biografie», uno spazio in cui l’incontro tra storie, differenze e punti di vista generi resistenza, confronto e crescita. Se il digitale rende tutto eccessivamente fluido, immediato e privo di ostacoli, si rischia di perdere una dimensione essenziale della formazione: quella che contribuisce alla costruzione del carattere. La risposta a questa sfida risiede nel coraggio di scommettere sulla speranza, l’unico ingrediente capace di trasformare un’aula in un luogo di vita autentica.
La speranza va oltre la semplice trasmissione di nozioni: alimenta la motivazione, la curiosità e la creatività, promuovendo la crescita personale e la capacità di immaginare e costruire il futuro. In questa prospettiva, l’aula diventa un centro di comunità, dove fioriscono identità e competenze autentiche, e dove si impara non solo a sapere, ma a vivere. Come ricorda Jean Piaget, educare significa formare persone capaci di innovare, non semplici ripetitori del passato. In un’aula guidata dalla speranza prende forma un confronto reale, in cui gli studenti si sentono liberi di esprimersi e di sperimentare un autentico senso di appartenenza. L’ambiente scolastico smette così di essere solo uno specchio della realtà e diventa una finestra aperta su nuove possibilità, invitando gli studenti a esplorare, a interrogarsi e a “camminare nel mondo”. Infine, la speranza è ciò che infonde scopo e significato all’esperienza educativa, rendendola un percorso di vita trasformativo, nel quale ogni studente può sviluppare la propria identità e il proprio potenziale.
