Tecnosofia


La giusta distanza dalla dama di latta

Ogni generazione prova fascinazione per la propria “dama di latta”: un androide che ci somigli al punto da confondersi con noi. Ma in tema di assistenza agli anziani, la corsa alla somiglianza perfetta non è opportuna per più motivi.

La prima ragione è psicologica: l’accettazione di un robot non cresce in modo lineare con l’aspetto umano. La letteratura sull’“uncanny valley” descrive un andamento a soglia: più un robot appare umano, più lo giudichiamo positivamente, fino a un punto in cui la quasi-somiglianza produce disagio e rifiuto. E questo è stato osservato anche negli over 65: studi sulle differenze d’età mostrano che l’effetto esiste (pur con sfumature) e che l’apparenza guida le prime impressioni e aspettative sul comportamento della macchina.

Poi c’è la fiducia, che in sanità e cura è una cifra essenziale. Numerosi studi sull’interazione uomo–robot indicano che fattori come affidabilità, prevedibilità e gestione delle aspettative regolano il discrimine tra fiducia e ansia verso i robot. Nel contesto anziani, ricerche specifiche collegano la fiducia alla volontà di accettare robot in casa e mostrano che tecnofobia e percezione di rischio possono ridurre drasticamente l’attrattività del robot e la sua integrazione nel quotidiano. Lavori recenti suggeriscono anche che molti anziani preferiscono forme meno realistiche dei robot per alcune funzioni, perché riducono la pressione sociale e non generano aspettative irrealistiche.

E qui arriva il paradosso degli androidi: più li rendiamo “umani”, più rischiamo di importare nel rapporto con loro lo stesso bagaglio di barriere che spesso complica la relazione con i prestatori di cura in carne e ossa: diffidenza, vergogna, paura del giudizio, reticenze nel chiedere aiuto. Con una macchina che percepiamo come tale, invece, l’interazione può risultare più nitida: non finge reciprocità, non pretende confidenze, non innesca la micro-politica delle relazioni che consuma energie psicofisiche in chi ne ha poche. La distanza, in questo caso, non è freddezza: è chiarezza di un patto. Tu mi aiuti a ricordare la terapia o a fare un esercizio, io non ti devo dimostrare nulla.

C’è anche una ragione etica: più l’aspetto e i comportamenti sono antropomorfi, più aumenta il rischio di fraintendimenti (attribuire emozioni o intenzioni che il robot non possiede) se non addirittura di progettazione ingannevole, mirata a estrarre dati o indurre comportamenti in modo illecito. Studi longitudinali e rassegne etiche segnalano come attaccamento, dipendenza emotiva e inganno percepito siano temi cruciali, soprattutto con utenti vulnerabili, e invitano a progettare interazioni che non facciano leva su finzioni inutili.

Questo non significa che i robot debbano assomigliare a tostapane su ruote. L’antropomorfismo, a dosi moderate, può facilitare l’ingaggio: un volto stilizzato, una voce calda, gesti leggibili. Ma la ricerca sul design della fiducia suggerisce che non è la somiglianza totale a generare sicurezza; contano piuttosto segnali coerenti di competenza e benevolenza e, soprattutto, trasparenza sui limiti (cosa sa fare, cosa non sa fare, cosa registra). I limiti altrui, si sa, ci confortano.

Forse, allora, il vero obiettivo non è imitare l’umano, ma progettare un “ottimo” di antropomorfismo: abbastanza sociale da essere accettabile, abbastanza macchina da essere chiaro. Nell’assistenza agli anziani, l’innovazione non è costruire un altro noi. È costruire qualcosa che, proprio perché non è noi, può aiutarci meglio.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
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Silvia Andrea Russo (Cremona): passione per l'antichità, la letteratura, la recitazione, la musica, il canto e la scrittura
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.