Vita d'artista


Mapplethorpe

“La fotografia è un modo sbrigativo per fare una scultura.” Robert Mapplethorpe

Scorrendo su internet le mostre di Milano in corso oggi, ho visto che a fine mese arriverà a Palazzo Reale una mostra del celebre e molto discusso Robert Mapplethorpe, il grande fotografo di cui io ebbi l’occasione di vedere la prima grande retrospettiva al Whitney Museum a New York nel 1988, un anno prima della sua morte per AIDS.

Scelsi di vedere la mostra in modo del tutto istintivo, perché non ne avevo mai sentito parlare e io ero una semplice studentessa di Brera, andata lì per vedere i grandi della Scuola di New York, andare al Moma e osservare dal vero i quadri di Mark Rothko, di Jackson Pollok, di De Koonig, Motherwell e Barnett Newman, che avevo studiato durante l’anno col mio professore di storia dell’arte, Piero Quaglino. Nel decidere di visitare la mostra credo che mi avesse affascinato la qualità di quel bianco e nero.

Infatti rimasi molto colpita quando entrai e vidi le sue grandi fotografie, veramente di grande formato, che mai avevo visto prima: erano stampe molto costose al platino, di una qualità altissima. E poi un mondo nuovo, un’eleganza compositiva, vellutata, un ideale del corpo in tensione, esaltante ma al tempo stesso classico, quasi unicamente maschile, accostato a immagini altrettanto grandi di nature morte, soprattutto fiori, molto poetiche. Fiori fragili, delicati, penso alle calle, su fondo nero, di un’eleganza raffinata, ma anche sottilmente erotica. In mezzo a questo universo visivo eccezionale, la conturbante novità erano un certo numero di foto di imponenti falli, prevalentemente di neri, fotografati al loro volta come nature morte: morbidamente appoggiati a dei supporti, venivano visti in modo del tutto diverso e mai proposto prima , in uno stato di statuario abbandono. Di fatto un realistico abbandono di una parte del corpo maschile quasi sempre nascosta e mai fino ad allora estetizzata, ma soprattutto una contiguità con la fotografia pornografica commerciale, che creava un vero e proprio cortocircuito visivo.

Rimasi molto affascinata da quel lavoro, come lo sono anche oggi, e anche dai suoi autoritratti, assolutamente unici, una messa a nudo totale, anche oscena alle volte, ma così vera. Com’è vero il suo ultimo autoritratto: ormai ammalato di AIDS, si ritrae il volto quasi fosse una maschera mortuaria, reggendo un bastone che conquista il primo piano, il cui pomello è un teschio, novella vanitas contemporanea, crudele e dolorosa.

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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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