LA Caverna


Scuola: lo “tsunami” dell’IA obbliga a riscoprire la saggezza del cuore

L’IA sta scuotendo le fondamenta del sapere come un’onda d’urto. Non si tratta più di una promessa futuristica, ma di una realtà già presente nelle aule, capace di cambiare in profondità il modo in cui apprendiamo, insegniamo e perfino comprendiamo cosa significhi essere umani. 

Molti esperti definiscono questa trasformazione un vero “problema malvagio”: una sfida complessa, priva di soluzioni definitive, in cui ogni risposta modifica il problema stesso. L’immagine più efficace è quella di uno “tsunami culturale” che travolge certezze consolidate, soprattutto nelle scienze umane. Perché l’impatto dell’IA non è solo tecnico o organizzativo: è antropologico. Siamo davanti a una forma di “capacità di agire” priva di coscienza e responsabilità. Una macchina produce testi, suggerisce decisioni, risolve problemi, ma non comprende ciò che fa. Il rischio è di delegare a strumenti potentissimi ciò che dovrebbe restare nell’orizzonte della coscienza umana.

Siamo a un passaggio storico che va oltre l’innovazione tecnologica: una vera “riontologizzazione”, ovvero una trasformazione della realtà stessa. (Luciano Floridi) L’IA diventa un agente che riorganizza il mondo con una logica sintattica e algoritmica, capace di produrre risultati senza possedere intelligenza nel senso pieno del termine. Questa situazione pone la scuola davanti a un bivio: da un lato, l’IA promette una personalizzazione estrema dell’apprendimento: percorsi adattivi, esercizi mirati, supporto immediato, dall’altro, incombe il pericolo opposto: la standardizzazione, la dipendenza da risposte automatiche, e soprattutto il “bias” algoritmico, cioè quelle distorsioni invisibili che possono influenzare contenuti e giudizi. L’incognita più subdola è il “riduzionismo computazionale”: la convinzione, cioè, che tutto ciò che conta possa essere misurato e tradotto in dati.

Ma l’essere umano non è un insieme di informazioni. L’educazione non può ridursi a un processo di calcolo. In gioco c’è la distinzione fondamentale tra ratio e intellectus: la prima è il ragionamento analitico, discorsivo, che l’IA può simulare in modo straordinario; la seconda è l’intuizione profonda della verità e del bene, quella capacità tipicamente umana di cogliere il senso. L’intelligenza non è solo ricerca, ma facoltà di penetrare a fondo in un problema, di comprenderne il significato. (Tommaso d’Aquino) Senza questo livello, la scuola rischia di diventare una fabbrica di elaboratori di dati, non un luogo di formazione integrale della persona. Non è difficile intravedere una nuova allegoria della Caverna: l’IA proietta ombre perfette sulle pareti delle nostre classi, risposte rapide e levigate costruite su archivi del passato. Lo studente, sedotto dalla facilità dell’output, rischia di rinunciare allo sforzo del pensiero, smettendo di “sapere di sapere” per limitarsi a ricevere.

Per affrontare questa sfida non basta insegnare l’uso degli strumenti digitali ma serve una nuova cultura educativa, fondata su ciò che potremmo chiamare “algoretica”: un’etica, applicata agli algoritmi, necessaria per fidarsi di una “scatola nera” di cui spesso non comprendiamo i processi interni. È indispensabile coltivare qualità intellettuali decisive: l’umiltà di riconoscere che la macchina può sbagliare e che anche l’essere umano può essere ingannato; la curiosità critica, capace di non fermarsi alla prima risposta, ma di interrogare l’algoritmo con una sorta di dialogo socratico; il rigore, per abitare la complessità senza scorciatoie e riconoscere le “allucinazioni” generate dai sistemi, spesso ereditate dai limiti e dai pregiudizi degli archivi umani. In questo scenario sorprende l’attualità di una prospettiva educativa nata ben prima dell’era digitale: il Sistema Preventivo di Don Bosco, fondato su ragione, religione e amorevolezza. Non si tratta di un modello nostalgico o difensivo, ma di una chiave interpretativa che può diventare base di un autentico “umanesimo digitale”.

L’IA non viene vista come nemica, bensì come una possibilità da integrare dentro una relazione educativa che resta irriducibile. La macchina può personalizzare i contenuti, ma solo l’insegnante può personalizzare la relazione, può leggere lo sguardo di uno studente, riconoscere la sua fragilità, incoraggiarlo, correggerlo, accompagnarlo nel discernimento. Il docente è chiamato a trasformare l’urto in energia vitale, guidando i giovani a non essere consumatori passivi di risposte statistiche, ma persone libere e responsabili. La grande sfida è culturale: l’IA non è neutra e il suo impatto dipenderà dai valori che sapremo imprimere nella società e nella scuola.

Non si tratta di costruire il futuro contro la tecnologia, ma oltre la tecnologia, mantenendo saldo il timone sull’umano, perché alla fine ciò che nessuna macchina potrà replicare non è la velocità di calcolo, né la capacità di imitare il linguaggio, ma la profondità del cuore: la coscienza, il senso del bene, la responsabilità, la compassione, la saggezza. In questo tornante della storia umana, l’IA ci obbliga paradossalmente a riscoprire ciò che rischiavamo di dimenticare: l’educazione non è solo istruzione, ma formazione dell’essere. L’IA può offrire percorsi didattici adattivi, ma è l'educatore a garantire la formazione di "buoni cristiani e onesti cittadini", in un contesto dove la cittadinanza è algoritmica. L'algoretica (l'etica degli algoritmi), allora, non è un capitolo a margine, ma l'architrave di una scuola che non vuole essere travolta. La sfida non è tecnologica ma antropologica, una chiamata alla saggezza: mantenere "l'uomo nel circuito" per fedeltà alla dignità umana, trasformare l'onda d’urto in un’opportunità per risemantizzare il ruolo del docente, non più trasmettitore di nozioni, ma testimone di senso e regista del giudizio critico.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
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Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.