Oggi, come sottolinea il teologo András Máté-Tóth questa dicotomia è definitivamente tramontata. Al suo posto è emersa una nuova, paradossale unità: un’unione nel negativo. Non sono più solo i mercati a legare i popoli europei, ma una costellazione di paure condivise: la crisi dei rifugiati, i traumi della pandemia, l’avanzata dei populismi e, ferita aperta nel cuore del continente, la guerra in Ucraina. Siamo entrati nell’era dell’eurodisfattismo.
Il sogno europeo, nato dalle macerie del 1945, si scontra con il fallimento della costruzione di un ordine geopolitico stabile dopo il 1989. L’illusione di un progresso inarrestabile è naufragata in quello che Walter Benjamin definirebbe una "catastrofe continua": un accumulo di detriti storici che ci ha lasciato in eredità un futuro vuoto di promesse e un passato di tragedie mai realmente elaborate. Il disordine non è solo interno. Il mondo occidentale assiste con inquietudine all'arretramento della politica di fronte alla "logica della forza". L'ascesa di figure come Donald Trump ha sdoganato un modello di potere che pone il primato della forza sulla mediazione democratica, culminando in eventi simbolici come l’assalto a Capitol Hill. Questa deriva, che Antonio Di Bella identifica come una minaccia alle fondamenta dello stato di diritto, si riflette nei conflitti in Ucraina e Medio Oriente.
Qui, questioni ideologiche irrisolte, interessi economici e fondamentalismi religiosi convergono, riportando in auge modelli che credevamo sepolti dal Novecento: negazionismi, nuovi antisemitismi e l'uso della storia come arma di lotta ideologica (il cosiddetto "post-fascismo" e "post-comunismo" mai superati moralmente). Sul piano culturale, l’Europa appare prigioniera di una secolarizzazione radicale. Dalla "liberazione" kantiana della ragione alla diagnosi nietzschiana della "morte di Dio", il cammino della modernità ha prodotto benefici civili immensi, ma ha anche lasciato l'uomo in un vuoto di senso. I valori si dissolvono nel consumo. La politica, privata delle sue grandi narrazioni (cristiane, umaniste o socialiste), si è ridotta a mera gestione amministrativa. È la "gabbia d’acciaio" di Max Weber: un sistema tecnico-economico efficiente ma senz'anima, dove la libertà coincide con il potere d’acquisto.
In questo contesto, l'Unione Europea rischia di essere percepita solo come un gigante burocratico, privo di quella "destinazione" collettiva che solo una visione spirituale o etica può fornire. Nonostante questa crisi d’identità, l’Europa rimane la risorsa principale per affrontare il caos globale. Proprio la sua natura incompiuta la rende un laboratorio unico. In questo scenario, il Cristianesimo non può restare spettatore. I fedeli devono sentire come obbligo l’impegno di prendere l'iniziativa, di uscire dalla passività. Per chiunque abbia a cuore l’umanesimo europeo, si profila un Triplice Imperativo: Riaffermare l’unificazione europea come obbligo morale contro la follia dei sovranismi; Investire per la Pace, non limitarsi a invocarla ma "prepararla" attraverso il dialogo instancabile, rifiutando la logica delle armi come unica soluzione; Rifondare il Continente sulla dignità della persona, come nodo di relazioni sociali e familiari.
Il futuro dell'Europa non risiede nel ritorno a un passato pre-moderno, né nella sottomissione al nichilismo mercantile. La sfida, suggerita da pensatori come Jürgen Habermas, è quella di una società post-secolare: uno spazio in cui la ragione laica e le tradizioni religiose dialoghino per trovare risposte alle sfide del nostro tempo. Il "tempo delle illusioni è finito". L'Europa è chiamata a riscoprire le proprie radici non come reperti museali, ma come linfa vitale per costruire un futuro di pace. La speranza si offre oggi come base solida per superare il caos e riaffermare che l'uomo non è solo un produttore-consumatore, ma un cercatore di senso e dignità.
