Così, a un certo punto, il dialogo si è avviato naturalmente sui bias culturali dell’AI, cioè sui pregiudizi che derivano dalla cultura di chi costruisce le AI, fornendo loro le linee guida. Sono gli idola fori e theatri di Bacone, gli idoli del mercato e delle filosofie, che vengono costruiti dalla società e che confluiscono volenti o nolenti dentro ogni manifestazione di pensiero. Si è detto e scritto di tutto su questo tema e ci sono anche figure apposite nelle varie aziende di AI per valutare e contrastare gli eccessi di pregiudizio che derivano dalle culture di base di proprietari e ricercatori.
Come noto, Elon Musk ha anche denunciato il ranocchio elettronico altrui (cit. Roberto Dolci), cioè non Grok, facendo vedere quanto esso subisca la pressione culturale politicamente corretta, a scapito della verità. Salvo poi trovarsi nei guai in mezzo mondo, perché i suoi pregiudizi libertari finiscono per generare problemi legati alla pornografia. Grok forse non vi dice che è meglio la guerra mondiale che sbagliare un pronome di genere, ma in compenso crea immagini che spogliano digitalmente maggiorenni e minorenni. E qui siamo alle solite con il problema della libertà liberale, sempre incerta tra vietare troppo e troppo poco, in un eterno pendolo di buone intenzioni e cattive abitudini.
Ma non è questo l’interessante del dialogo effettivamente cattolico, cioè universale, con i dottorandi della Gregoriana. Infatti, stavolta, si discute del fatto che la macchina sintattica AI ha un utilizzo universale. Si può usare in Africa e in Asia, o nella celebre Groenlandia, spesso con buoni risultati in molti campi. Ciò significa che essa produce significati comprensibili per la maggior parte degli esseri umani. In una parola, AI mostra significati molto più universali di quanto non abbiano detto lo storicismo e il contestualismo degli ultimi trecento anni. Alla fine, in tutti i lati del mondo, AI aiuta a formulare testi comprensibili. Il ranocchio non è postmoderno.
Certo, qui si apre la discussione sul fatto che l’addestramento della macchina avviene in poche lingue, che l’inglese – data la quantità di dati on line – fa la parte del leone e colonizza linguisticamente il mondo, ecc. È tutto vero, ma resta il fatto che la parte di significato che AI riesce a creare funziona in tutto il mondo. È un’osservazione a cui prestare attenzione non per rivitalizzare l’universalismo astratto illuminista, che finiva poi con il ritenere – commentava ironico il filosofo MacIntyre – che gli esseri umani dovessero tutti avere i valori e i ragionamenti morali degli inglesi. Piuttosto, si tratta di capire che i processi logico-analitici funzionano nello stesso modo ovunque e che una parte di ciò che noi chiamiamo “significato” è certamente condivisibile, comunicabile esternamente, replicabile. Non è tutto il significato né tutti i processi logici, ma è comunque una parte rilevante del nostro ragionamento. Al proposito, AI ci insegna anche che gli esseri umani non hanno un particolare software linguistico-grammaticale innato, come sosteneva Chomsky, visto che una macchina sintattica può avere successo nelle medesime comunicazioni di significato.
Ancora una volta, quando ci si pensa e se ne dialoga sul serio, la vicenda di AI mostra l’egotismo degli esseri umani, che spesso sono più prevedibili di quanto crediamo, e, allo stesso tempo, l’ampia condivisibilità e comunione dei significati, spesso più universali di quanto pensiamo. Sono buone notizie, per tutti coloro che amano un po’ di realismo.
