LA Caverna


Dove arriva la tecnologia, cambia il potere: l’innovazione non è mai neutrale

Quando si parla di nuove tecnologie, una narrazione rassicurante viene preferita all'impegno per comprendere la complessità: l’innovazione aumenta la produttività, riduce i costi e rende il lavoro più veloce. Ma la tecnologia non è mai soltanto un “passo avanti”. 

Ogni innovazione modifica e ridisegna economia, relazioni sociali ed equilibri di potere. Un esempio storico emblematico è stata l’introduzione in California, alla fine degli anni 1940, di una raccoglitrice meccanica di pomodori, una macchina, con sistemi elettronici, capace di sostituire in pochi minuti il lavoro di decine di persone. Meno costi, più velocità, maggiore competitività. Tuttavia, il prezzo elevato rese la macchina accessibile solo ai grandi coltivatori, mentre le piccole aziende vennero schiacciate dalla concorrenza. La tecnologia produce vincitori e vinti.

Oggi la stessa dinamica si ripete in un contesto diverso. Modelli di intelligenza artificiale come GPT-3 sono in grado di scrivere testi, generare e-mail, produrre contenuti digitali, gestire customer care, analizzare documenti e perfino assistere nella programmazione. Maggiore efficienza e riduzione dei costi per le aziende, ma la domanda resta fondamentale: a vantaggio per chi? Oggi l’IA rischia di sostituire competenze professionali. Non operai, ma colletti bianchi: copywriter, redattori, impiegati, analisti, assistenti amministrativi e ruoli intermedi. Non si tratta solo di un cambiamento delle mansioni, ma della possibile scomparsa di intere professioni. Accanto alla questione del lavoro emerge un rischio strategico: l’intelligenza artificiale non è una macchina da comprare, ma un servizio controllato da pochi colossi privati. Aumenta la dipendenza tecnologica. L’innovazione diventa così anche trasformazione geopolitica.

Ma questo processo genera effetti redistributivi: alcuni soggetti si rafforzano, altri vengono marginalizzati. Quando cambia l’economia, cambia anche la politica, perché mutano i rapporti di forza. Per questo ogni rivoluzione tecnologica genera resistenze: non solo per paura del nuovo, ma per timore di ciò che può distruggere (lavoro, comunità, stabilità sociale). La sfida non è fermare la tecnologia, ma governarla, valutando l’innovazione non solo per l’efficienza, ma per le conseguenze sociali, morali e politiche.

La domanda non è più cosa possiamo fare con la tecnologia ma “cosa diventeremo a causa della tecnologia. Lo stesso discorso vale per l’educazione. L’IA entra nelle scuole con tutor digitali e piattaforme personalizzate, ma la sfida principale non è tecnica: è culturale. La scuola resta spesso legata a modelli tradizionali (lezioni frontali, verifiche standardizzate), mentre l’IA impone un ripensamento del ruolo dell’insegnante, che diventa guida e facilitatore del pensiero critico. Ma questa transizione richiede formazione e tempo. Gli studenti sono rapidi nell’uso della tecnologia, ma non sempre consapevoli. Il rischio è che l’IA diventi una scorciatoia, sostituendo l’apprendimento con risposte automatiche. Senza educazione critica, si formano studenti efficienti, ma meno capaci di ragionare e verificare. Inoltre, l’IA può amplificare le disuguaglianze - non tutti hanno accesso agli stessi strumenti o competenze- e restano questioni cruciali di responsabilità: chi controlla questi sistemi? Come vengono gestiti i dati? La lezione è sempre la stessa: l’innovazione può aumentare la produttività, ma non garantisce automaticamente la giustizia. Ogni tecnologia è anche una scelta sociale. Il futuro non dipenderà solo dalla potenza dell’IA, ma dalla capacità di usarla senza compromettere coesione, equità e democrazia.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.