Anche alle Olimpiadi la scenetta era accompagnata da sottotitoli in diverse lingue. L’effetto è stato ovviamente divertente, ma mi ha fatto riflettere sulla possibilità di “tradurre” fedelmente i gesti e sul motivo che fa scoppiare l’ilarità.
I cosiddetti Italian gestures si collocano a metà di una scala che viene chiamata “continuo di Kendon”. In questa scala si passa dalla gesticolazione inevitabile che accompagna ogni discorso di chiunque nel mondo – e non solo degli italiani – fino alle lingue segnate delle persone sorde. La gesticolazione non sembra avere significati mentre, all’altro estremo della scala, le lingue segnate corrispondono a una lingua naturale (italiano, francese, inglese, ecc.) con tutti i suoi significati. L’idea della scala è che, man mano, ci si eleva di livello simbolico. Gli Italian gestures, che sono tipici di tutte le aree mediterranee, forse perché servivano originariamente ai mercanti, sono azioni specifiche che incarnano un certo livello di significato. Tuttavia, non sono proprio corrispondenti alle lingue naturali. La famosa “mano a borsa” significa “che cosa vuoi?!”, ma anche “che cosa stai dicendo?!”, oppure “ma perché?” e in altre occasioni “figurati!”, “ma come ti viene in mente!?”. Le traduzioni di un gesto sono molteplici perché il gesto è un linguaggio che mantiene l’indeterminatezza più di quello naturale, composto di parole. Anche le parole hanno significati molteplici ma non nello stesso modo e con la stessa forza. I gesti sono volutamente vaghi e nella vaghezza risiede il loro potere principale.
Da qui anche un’altra caratteristica importante che la traduzione didascalica cancella: i gesti non sono il parallelo delle parole, come voleva la retorica antica che li riteneva un secondo modo di esprimere il pensiero: penso una cosa e poi la posso dire o a parole o con un gesto. Gli studi contemporanei mettono in luce una storia diversa. Noi gesticoliamo non per esprimere un pensiero già determinato ma per pensare. La gesticolazione semplice, più o meno vistosa, accompagna i discorsi di ogni essere umano perché è molto difficile pensare senza movimento del corpo. Se abbiamo le mani legate, facciamo più fatica a pensare e parlare. Peggio ancora, gesticoliamo anche quando siamo soli e non dobbiamo comunicare niente a nessuno: per pensare dobbiamo gesticolare.
Quale comprensione del mondo nasce dunque dagli Italian gestures: la mano a borsa già citata, la mano sotto il mento (“che importa?”, “non mi interessa”, “saranno affari suoi”), il bacio all’aria, i pollici e gli indici rotanti, ecc.? Che cosa stiamo pensando attraverso questi gesti non ancora del tutto simbolizzati, eppure non proprio elementari? Giustamente la gag di Lodigiani partiva dal microfono non funzionante. I gesti italiani, infatti, ci servono per pensare situazioni problematiche, cioè indeterminate. Sono gesti che richiedono molte traduzioni perché sono indeterminati o vaghi, e lo sono perché la situazione è indeterminata o vaga. Non è un caso che, con la globalizzazione, anche i gesti italiani si stiano diffondendo: aiutano anche altri popoli a pensare situazioni vaghe e indeterminate. Magari nel Mediterraneo, con tante popolazioni che mercanteggiavano, erano situazioni ricorrenti che si sono stabilizzate in gesti. Proprio per questo ridiamo quando viene scritta la traduzione: perché determina ciò che non si può determinare. È come vedere qualcuno che cerchi di mettere il mare in un secchio: si ride per la sproporzione.
