Il giorno dopo che Alphabet (Google) ha annunciato un investimento di $180 miliardi, Amazon ha rilanciato con $200 miliardi in datacenter terrestri, il 56% in più di quanto ha speso nel 2025. Come ho scritto con ampio anticipo, il mercato dell’IA vive una fase di eccessivo entusiasmo e nervosismo, visto che molti cominciano a vendere e portare il fieno in cascina. Come fai a scommettere su un’azienda che spende la metà dei profitti, centinaia di miliardi, nel costruire nuovi datacenter?
L’idea di metterli nello spazio, dopo che anni fa Microsoft li aveva messi in fondo al mare per risparmiare sulla bolletta riscaldando le cozze di Seattle, serve a Musk per giustificare la fusione miliardaria tra le sue Space X e xAI (la seconda perde vagonate di soldi), ma non è soltanto una boutade per imbonire la borsa. Tuttavia, una volta tanto, l’Asperger più famoso del mondo non è il primo ad innovare: copia dai cinesi.
Da maggio scorso ADA Space, di Alibaba, ha messo in orbita dodici satelliti con cui fa girare Qwen3, il loro LLM, e prevede di aggiungere altri 1000 satelliti-server in quattro anni ed arrivare 2.800 entro il 2035. Starlink ha già 8.310 satelliti in orbita, ma nessuno di quelli ha funzionalità da datacenter, servono ad altri scopi.
Mentre l’alimentazione solare rende efficiente una sala server nello spazio, il suo raffreddamento, lo scambio dati in tempo reale con la terra, e la necessità di gestirli esclusivamente da remoto, ne fanno un’applicazione molto complessa. Il Qwen3 di ADA per ora si occupa di ricerca spaziale, cosa utilissima ma di nicchia, che funziona molto bene perché raggi gamma ed imaging spaziale sono proprio lì sul naso dei satelliti, che quindi necessitano di poca energia per elaborare questi dati, solo 4.8Kw a modulo. Al contrario, se Qwen3 dovesse rispondere alla vostra ricerca sui migliori ristoranti di Madrid, quel trasporto dati da casa vostra all’orbita e ritorno sarebbe costoso.
Ci sono poi altri vincoli veramente difficili da mitigare. Se fa veramente freddo nello spazio come dice Musk, è pur vero che il vuoto cosmico impedisce lo scambio di calore, quindi i server devono esser raffreddati con costose piastre ad infrarossi. In secondo luogo, nello spazio i raggi cosmici non sono filtrati, e possono friggere qualsiasi circuito elettronico rapidamente, come pure polvere e detriti che colpiscano il satellite a velocità spaziali, possono distruggere il satellite facilmente.
Nelle orbite basse in cui viaggiano questi aggeggi, manca copertura solare per 27 minuti ogni 90 di orbita, e questo significa la necessità di una batteria per alimentare durante il buio. Musk propone di portarli più in alto, ma anche in quel caso dovrebbe alimentare con le pile almeno per 20 minuti. In pratica, un satellite che possa far girare il ranocchio elettronico finisce per pesare una tonnellata e mezza, il che significa che il costo per metterlo in orbita, a $1.500/kg per la spedizione, son più di $2 milioni.
Morale della favola, è probabile che sia una storia di balle spaziali, perché a ben guardare i costi e le complessità tecniche da risolvere, mettere dei datacenter in orbita sembra più fuffa, che una cosa conveniente.
