Le novità ci arrivano più dagli arzilli settantenni che dai giovani. Mentre sul tema dell’aborto resta a favore una leggera maggioranza (52-54%) da parecchi anni, su poligamia e suicidio assistito adulti ed anziani cambiano idea, arrivando nel primo caso al 25% a favore, e nel secondo al 50%.
Considerando che da lungo tempo siamo vicini al 50% di divorzi, percentuale che sale al 70% per chi si sposa una solta volta, il fatto che la poligamia adesso venga sdoganata da sempre più americani non mi sorprende troppo. Con tutto quello che costa un divorzio, peggio che mai due, tanto vale allargare fin da subito la cerchia dei fortunati e risparmiare tempo e soldi. Pragmatismo americano in purezza.
Stupisce invece quella del suicidio. Purtroppo ho conosciuto troppi malati terminali, oncologici o neurodegenerativi, ed ho sempre visto che tanto il paziente, quanto i famigliari ed i medici, interpretano la cura come una battaglia. Si sa già che finirà male, ma se il malato riesce a tener duro più a lungo dei pronostici medici, al funerale avrà la soddisfazione di essere chiamato eroe, o trooper, per aver resistito fino a quel punto. Fino a che punto quel riconoscimento, e l’esser stati più a lungo coi propri cari, compensi mesi o anni di sofferenze atroci, è discutibile.
I tumori sono la seconda causa di morte, ed insieme alla sclerosi amiotrofica sono anche la principale ragione di richiesta al medico dell’aiuto a farla finita. Il suicidio assistito ha impiegato anni per essere legalizzato, ed oggi è possibile nella capitale ed in dodici stati, ma all’improvviso tutti gli altri si accingono a proporre leggi per adeguarsi quanto prima. A fine dell’anno scorso un terzo degli americani poteva richiedere il suicidio assistito; è probabile che entro la fine del 2026 si arrivi alla quasi totalità della popolazione.
C’è da dire che dottoresse ed infermiere si suicidano da tempo in una proporzione ben maggiore del resto della popolazione, e questo fa pensare che siano più comprensive nei confronti del paziente che esprime questa intenzione, visto che serve il nulla osta medico per accordare la procedura. In ogni caso il malato ha due possibilità distinte: da un lato il vero e proprio suicidio assistito, ossia una procedura dove il paziente coscientemente preme un pulsante che poi lo porta al sonno eterno. Dall’altro, che è poi il caso di gran lunga più comune, perché solleva la coscienza del personale medico e non spaventa troppo il malato, si passa a dosi importanti di morfina ed eroina per evitare qualsiasi dolore, lasciando che la malattia faccia il suo corso. In particolare l’uso dell’eroina consente al paziente di rimanere vigile, continuare ad interagire con i famigliari e sbrigare le faccende necessarie, fino alla fine.
Fino ad ora il “progresso” se così si vuole chiamare, di stati come Canada ed Olanda che consentono il suicidio terapeutico anche per malattie mentali come la depressione clinica, ed anche a pazienti pediatrici adolescenti, sembra eccessivo. Ma i valori utilitaristici, tanto bene ottimizzati dal ranocchio elettronico, magari sposteranno l’asticella ancora più avanti, e Darwin si farà la sua sana risata.
