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Tu quoque, MAGA?

La campagna d’Iran mette in crisi Trump, accerchiato da sempre più senatori pronti a pugnalarlo alla metaforica schiena. Ne hanno ben d’onde, vista l’inversione ad U fatta su uno dei tre pilastri delle sue promesse elettorali, quello di uscire dai conflitti armati e riportare a casa i soldati. In questo istante stiamo buttando oltre $10 miliardi a settimana in missili, ed il Pentagono chiede altri $200 miliardi di bombe, segno che pensano di sparare per altri cinque mesi.

Il Bruto della situazione è sicuramente Tucker Carlson, in passato figlio putativo che promuoveva a tutto spiano i meriti di Trump, ed ora ne denuncia l’ipocrisia ed il servilismo ad Israele ogni minuto della giornata.

I collaboratori diretti del Presidente, da Rubio a Gabbard ed altri tirapiedi, si son lasciati scappare denunce importanti, dal fatto che abbiamo attaccato solo perché ce l’ha chiesto Israele (Rubio), al non avere spioni che confermino il rischio imminente di un attacco iraniano (Gabbard), ma tutti i MAGA che hanno protestato apertamente sono stati ostracizzati ed accusati di anti-semitismo. Nelle ultime ore anche il vicepresidente Vance sembra reietto dalla cerchia ebraica attorno a Trump: pare che non sarà più candidato alle prossime presidenziali. Lui per ora è il più muto tra tutti, e storicamente sempre opposto a seguire Israele in guerra.

Tra i giornalisti, è Carlson che sponsorizzò l’avvento di Trump ben oltre quello che ci si aspetta da chi dovrebbe essere imparziale, ma in questo istante ne è il detrattore più insistente. Dove sono finiti i file Epstein, adesso che tutti parlano solo di bombe e di petrolio? Dove sono andati i proclami di riduzione delle spese ed avventure militari? Come siamo passati da partner a sudditi di Israele, da MAGA a MIGA?

Se l’idea del ricatto con i file di Epstein pare possibile ma non è provata, quella delle centinaia di milioni di dollari ricevuti dalla lobby ebraica è una certezza, al punto che lo stesso Trump scherza sul fatto che lo portino a fare prima gli interessi israeliani e poi quelli americani. Anche quando ha bellamente confessato che preferisce informarsi dal genero piuttosto che da CIA e Pentagono, ha lasciato basiti in molti.

Nell’incertezza, si possono immaginare scenari equalmente probabili. Uno è che alla stregua di Biden, anche Trump sia uscito di testa, in questo caso attaccando tutto e tutti, invece di addormentarsi in piedi come il predecessore. Come con Biden, l’Amministrazione ha grosse difficoltà a capire e reagire ad una condizione di salute che porti un Presidente a prendere decisioni avventate e sbagliate. Potrebbero passare settimane e mesi, mentre Donald sbarella, portando nel baratro migliaia di vittime e l’economia mondiale.

Un secondo è che l’egocentrismo da negoziatore di tappeti prenda il sopravvento, e Trump fermi il conflitto con dollari a pioggia ed alleanze inaspettate. Se non ha avuto remore nel sospendere l’embargo sul petrolio russo e pure su quello iraniano, figurati cosa sarebbe pronto a mettere sulla bilancia per fare l’affare del secolo. Oggi, una settimana prima che leggiate questa pagina, l’Iran dimostra di poter colpire a migliaia di chilometri in barba alle più costose difese del mondo: magari è il caso di sedersi al tavolo e fare affari? Benjamin Franklin ci insegnò che non esiste una pace sbagliata, come non esiste una guerra giusta: speriamo in bene.

Un terzo scenario è che la lobby che l’ha convinto a portarci in questo conflitto riesca a mantenere l’obiettivo della distruzione completa delle difese iraniane, almeno quelle costiere, in modo da riprendere il traffico navale senza più i rischi ed i costi correnti. Prendere altri $200 miliardi ai contribuenti americani non è un problema, ma evitare che Russia, Cina e compagni rendano la cosa estremamente più gravosa, sarebbe difficile.

Che sia l’uno, l’altro, l’altro ancora, o una combinazione di questi scenari, il conflitto iraniano è la prova che la corruzione del sistema politico americano, pur alla luce del sole e sapendo quali lobby versano quanti dollari a chi, può rovinare il Paese fino alle fondamenta.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.