LA Caverna


Il vuoto tangibile della risurrezione negata

Nel cuore del dibattito culturale contemporaneo, segnato da una diffusa fiducia nell’autosufficienza della ragione, si impone con forza inattesa una riflessione di Jürgen Habermas. Non è una voce religiosa ad aprire la questione del senso, ma uno dei più autorevoli interpreti della modernità laica.

“Quando si limitano a liquidare le vecchie credenze, i linguaggi secolarizzati lasciano dietro di sé una scia di irritazioni. Con il trasformarsi dei peccati in colpa, e della violazione dei comandamenti divini in trasgressione delle leggi umane, qualcosa è andato certamente perduto. Al desiderio di essere perdonati si collega ancora il desiderio non sentimentale di cancellare il dolore inflitto a terzi. Ancora ci turba l'irreversibilità della sofferenza passata: quel torto agli innocenti maltrattati, umiliati e uccisi che eccede ogni misura possibile di risarcimento. La speranza perduta nella risurrezione lascia dietro di sé un vuoto evidente”. Jurgen Habermas

Ed è proprio questa posizione a rendere il suo sguardo particolarmente significativo: la sua non è una conversione, ma una diagnosi. Habermas individua una frattura che attraversa la coscienza occidentale: la secolarizzazione ha ampliato gli spazi della libertà, ma ha lasciato dietro di sé una “scia di irritazioni”. Non si tratta di un disagio superficiale ma è il segnale di un problema strutturale. Un iniziale punto decisivo è il mutamento del linguaggio morale: il passaggio dal “peccato” alla “colpa”.

Quella che potrebbe sembrare un’evoluzione terminologica si rivela, in realtà, una trasformazione antropologica. Nella tradizione cristiana, il peccato è una rottura relazionale: ferisce il legame con Dio, con gli altri, con sé stessi. Per questo, esige riconciliazione. La colpa moderna, invece, si inscrive in un orizzonte giuridico: è violazione di una norma, dunque suscettibile di giudizio, punizione o risarcimento. Qui emerge un limite della modernità. La giustizia può funzionare perfettamente sul piano procedurale, ma non riesce a rispondere a un’esigenza più profonda: il bisogno che il male sia, in qualche modo, superato, non solo sanzionato. Non basta che venga riconosciuto e punito; permane il desiderio che venga redento. Questo scarto diventa drammaticamente evidente di fronte alle grandi tragedie umane. del Novecento. Di fronte a tali abissi, il diritto mostra tutta la sua necessità ma anche la sua insufficienza.

I tribunali possono giudicare, le istituzioni possono risarcire, la memoria può custodire ma resta un dato irriducibile: ciò che è accaduto non può essere “dis-accaduto”. In questa crepa emerge una domanda radicale: è possibile una giustizia che non si limiti a distribuire responsabilità, ma che sappia anche redimere il passato? La modernità, fondata su categorie razionali e procedurali, tende a considerare questa attesa eccessiva, se non irrazionale. Eppure, essa continua ad affiorare: nella richiesta di riconoscimento, nella costruzione della memoria condivisa, nel bisogno di riconciliazione autentica. In questo contesto, il perdono appare come una categoria eccedente rispetto alla logica secolare. Non è una rinuncia alla giustizia, né un semplice atto psicologico. È l’introduzione di una logica ulteriore: quella del dono, capace di interrompere la catena della retribuzione. Senza una reale possibilità di perdono, l’uomo resta prigioniero del proprio passato. La memoria, anziché diventare luogo di riconciliazione, rischia di trasformarsi in un peso insostenibile. Il passato non passa, ma grava. (Joseph Ratzinger) Il nodo più profondo, tuttavia, riguarda la speranza.

Habermas coglie con lucidità le conseguenze della perdita della fede nella risurrezione. Non si tratta di un dettaglio marginale, ma di una questione decisiva. Senza questa prospettiva, la sofferenza degli innocenti resta definitivamente aperta, priva di risposta. Nulla può colmare il vuoto di una vita spezzata, nulla può restituire ciò che è stato ingiustamente tolto. La prospettiva cristiana, invece, introduce una pretesa radicale: che l’ultima parola non spetti al male. La Risurrezione afferma che la giustizia non si esaurisce nella storia, ma la compie. Non cancella il male come se non fosse accaduto, ma lo attraversa e lo redime. In questo senso, rappresenta la risposta più profonda allo scandalo dell’ingiustizia. Habermas non propone un ritorno nostalgico alla religione, ma invita a riconoscere che le tradizioni religiose custodiscono risorse simboliche e concettuali che la modernità non è riuscita a sostituire pienamente.

Tra queste, il perdono e la speranza occupano un posto centrale. Per il cristianesimo, questa diagnosi rappresenta insieme una sfida e un’occasione. Non si tratta di rivendicare un primato culturale perduto, ma di mostrare come la propria proposta intercetti esigenze profondamente umane, che emergono proprio là dove la ragione sperimenta i propri limiti. In un tempo che ha imparato a vivere “come se Dio non ci fosse”, ma che continua a interrogarsi sul senso ultimo della giustizia, del dolore e della memoria, la domanda resta aperta. E forse è proprio nel riconoscimento di questo vuoto - di questa nostalgia del perdono e della redenzione - che si riapre lo spazio per comprendere la fede non come residuo del passato, ma come risposta ancora attuale alla domanda più radicale dell’uomo: quella di una giustizia che non solo giudichi, ma che sappia salvare.

© Riproduzione riservata.
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.