Pensieri e pensatori in libertà


Col senno di poi

La parte più noiosa e stucchevole delle sconfitte è il senno di poi. Che si tratti di elezioni, referendum o nazionale di calcio la lamentazione che segue la sconfitta è l’aspetto più deleterio. 

La colpa, inutile dirlo, è sempre altrui: l’allenatore, il testimonial, l’arbitro, l’assenteismo, il tifo, la propaganda, il campo pesante e poi, chiaro, il grande complotto mondiale, la massoneria, la Chiesa, il sionismo, le ur-logge. Col senno di poi è sempre colpa di qualcun altro, che sia il fato o il nemico o l’amico che non ha capito.

Dal punto di vista del ragionamento, questo sgravante senno di poi si basa su diversi tipi di errore o fallacie. La più celebre è quella del non sequitur (non segue). Ci sono cose che accadono in successione ma che non c’entrano, come il gatto nero che attraversa la strada e la sfortuna. L’assenteismo elettorale, per esempio, non è la causa della sfortunata sconfitta ma una conseguenza di una proposta sbagliata. La proposta non era interessante e per questo la gente non è andata a votare. Il campo con l’erba alta non è stato la causa della sfortunata sconfitta calcistica, perché era una condizione comune a tutti i giocatori. Certo, si dice che Napoleone abbia perso sfortunatamente a Waterloo perché pioveva, ma anche questa è una fallacia: era una condizione anche per gli inglesi, bastava considerarla. La fallacia di non sequitur manca sempre di prove controfattuali. In un bel romanzo di Haffner sulla nascita del nazismo in Germania (Un tedesco contro Hitler) si racconta di un’intera generazione post-prima guerra mondiale presa dal ritenere che “se solo non avessimo avuto sfortuna”, “se solo non fosse successo proprio così in quel momento” nella decisiva battaglia della Marna, allora sì che avremmo vinto. Ragione pericolosa che finisce con il creare il senso della rivincita, spesso perdente, come quelle della nostra Nazionale.

Il grado superiore del senno di poi è la lamentazione complottista che affonda le sue radici in un’altra fallacia logica, quella ad ignorantiam: visto che non posso dimostrare qualcosa, allora è vero il suo contrario. Visto che non puoi dimostrarmi che mi vuoi bene, allora non mi ami più. Dal momento che non puoi escludere che nelle fasi finali del campionato mondiale di calcio agiscano forze occulte – e figuriamoci in politica! – allora sono esse sicuramente a decidere le sorti della nazionale, del referendum, della guerra in Iran. In questi discorsi viene spesso tirato in ballo qualche strano culto pluto-giudaico-massonico, ovviamente senza nessuna evidenza. In questa speciale classifica di incolpazione per ignoranza il popolo ebraico ha un curioso primato nella storia: vuoi mica che non siano stati “loro”, no?

C’è anche una legge della sociologia della comunicazione che funge da cornice alla lamentazione: l’effetto terza persona. Capita soprattutto alle persone colte e intelligenti e consiste nell’ascrivere sempre ad altri ciò di cui si è stati vittime. Gli altri sono stati manipolati, gli altri hanno esarcebato gli animi, gli altri non hanno capito qual era la formazione giusta. Ovvio, non può succedere a me ma solo a una banda di zotici che di politica-calcio-meteorologia-fisica-astronomia e, facilmente, filosofia non capisce niente e mai niente capirà.

Alle volte la sconfitta dovrebbe far pensare, ma ciò raramente succede. Siamo fatti così, incapaci di prenderci le responsabilità di ciò che succede. Sarà per questo che festeggiamo Pasqua, che è la storia contraria: l’unico che non aveva nessuna colpa che prende la responsabilità di tutti e per tutti. Senza nemmeno fare una piccola lezioncina di logica.

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In questo numero hanno scritto:

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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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