Pensieri e pensatori in libertà


Ultima lezione di Maurizio Ferraris

Qualche settimana fa, Maurizio Ferraris ha tenuto la sua ultima lezione nell’aula 35 di Palazzo Nuovo a Torino, l’aula e il Palazzo dove si sono svolti tanti passi della filosofia torinese e italiana degli ultimi cinquant’anni.

L’ultima lezione della carriera accademica di un celebre professore, maestro di tanti, è un’occasione per fare il riassunto del suo percorso, per puntualizzare i punti di riferimento, per lasciare una traccia ad allievi, amici/nemici e colleghi.

Ferraris è uno dei pochi filosofi italiani che ha svolto una proposta originale. È sempre difficile in Italia trovare una proposta di questo tipo perché da noi si tende a fare storia della filosofia più che filosofia, come storia della letteratura più che letteratura, storia dell’arte più che arte. Essere originali, dire qualcosa di proprio sembra offensivo presuntuoso. Invece, se uno fa filosofia, è quello che ci si aspetta di trovare: proposte nuove in qualche modo significative per la vita, la società, il mondo.

Inoltre, la proposta di Ferraris è il risultato di una storia intellettuale rappresentativa di alcuni passaggi importanti della storia della filosofia italiana. Per cui il ricordarla diventa anche un quadro di ciò che è avvenuto in generale, a molti se non a tutti.

Ferraris è stato un predestinato dell’ermeneutica filosofica, la filosofia che considera l’interpretazione del senso dell’essere come la caratteristica fondamentale dell’essere stesso. Come ricorda nella sua ultima lezione, Vattimo e Derrida, campioni dell’ermeneutica novecentesca, sono stati i suoi maestri. Era l’epoca in cui interpretazione significava anche forme di postmodernismo, multiculturalismo, nichilismo. Le interpretazioni si equivalgono perché in fondo non c’è nulla di reale e tutto tende inesorabilmente alla perdita di senso.

Era l’aria del tempo, l’idea comune di quell’epoca, ed è una moda che ha determinato gran parte della cultura mondiale dell’ultima parte del Novecento. Ferraris, che ne era uno dei protagonisti, è stato uno dei primi, alla fine degli anni ’90, a rendersi conto che così concepita l’ermeneutica finiva inevitabilmente con il sostenere affermazioni e atteggiamenti troppo contrari al senso comune per essere vissute, finendo con il compromettere la vita comune. Con lui, e anche attraverso di lui, la cultura mondiale è passata dall’ermeneutica postmoderna al realismo. Certo, si tratta di un realismo minimo, un realismo residuo, che nell’ultima lezione Ferraris ha qualificato con “ciò che resta”. Umberto Eco, parallelamente, e forse anche conseguentemente, come dice nella sua “Autobiografia intellettuale”, passava a sua volta a una concezione realista, che qualificava però come negativa. Il realismo di Ferraris è un po’ di più, un po’ più ricco e un po’ più tecnico.

È più tecnico perché poggia su una teoria della conoscenza precisa che ruota intorno al concetto di documento e di registrazione (isteresi). Viviamo in una società rigida, dove tutto è registrato, ma ognuna di queste registrazioni non è solo un fatto passivo, è un modo di conoscenza in cui qualcosa rimane anche quando la sua causa è scomparsa, perché è passato l’evento o la persona, da poco o da tanto. Nel bene e nel male, la nostra società digitale aumenta la conoscenza attraverso la nostra interazione con i mezzi elettronici.

Il realismo di Ferraris è anche più ricco socialmente. Quando registriamo, produciamo. E allora, dovremmo essere pagati, creando un nuovo webfare, una nuova giustizia distributiva. Se volete, un nuovo marxismo, che socializza i mezzi elettronici, trattandoli non come mezzi di consumo ma di produzione.

Giusto? sbagliato? Almeno è una proposta, su cui si è discusso e si discuterà, con buone ragioni pro e contro. Per quanto mi riguarda, io proporrei un realismo ancora più ricco, metafisico, e anche una rivalutazione di buona parte dell’ermeneutica e della sua capacità di interpretazione dei segni. Ma qui parliamo di proposte e culture diverse. Per oggi è bello festeggiare la proposta di un maestro della cultura italiana. Ce ne sono altri, e proverò come sempre a raccontarveli, man mano che ce ne sarà l’occasione. Ma per oggi festeggiamo, insieme ai suoi allievi, che giustamente ne hanno celebrato sui diversi giornali capacità critica e coraggio intellettuale.

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In questo numero hanno scritto:

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