Se cresce il numero di persone fragili, croniche o non autosufficienti, cresce anche il costo nascosto degli spostamenti: visite ripetute, accessi inutili, giornate di lavoro perse dai familiari, stress logistico.
Qui telemedicina e monitoraggio remoto mostrano il loro valore. Una meta-analisi del 2025 su pazienti con malattie croniche ha trovato che il monitoraggio remoto riduce la quota di pazienti ospedalizzati: il rischio relativo di ricovero scende del 14% in meno rispetto alla cura usuale e la degenza si accorcia in media di 0,84 giorni. Un’altra revisione, pubblicata su npj Digital Medicine, rileva che l’uso di servizi ospedalieri cala nel 72% dei 116 trial randomizzati esaminati. Non è una bacchetta magica, gli accessi in emergenza non si riducono sempre in modo chiaro, ma la direzione è netta: meno ricoveri evitabili, meno giornate in ospedale, più continuità di cura a casa.
In un Paese anziano come l’Italia, curare senza spostare è una condizione di sostenibilità della cura. Al 1° gennaio 2025 gli over 65 sono quasi un quarto della popolazione; tra gli over 74, il 48,9% convive con cronicità e limitazioni gravi. È il profilo tipico del paziente che beneficia del monitoraggio a distanza: pressione, saturazione, glicemia, ritmo cardiaco, aderenza terapeutica, consulti di controllo senza il peso di spostamenti continui. Grazie al PNRR, il target nazionale è stato portato a 300 mila persone assistite entro il 2025, con risorse complessive salite a 1,5 miliardi di euro.
Qualche segnale concreto già c’è. Secondo l’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, nel 2024 gli investimenti in sanità digitale hanno raggiunto 2,47 miliardi; il 36% degli specialisti e il 52% dei medici di medicina generale ha effettuato televisite, mentre il 30% degli specialisti e il 46% dei medici di medicina generale ha usato il telemonitoraggio. Ma il dato più eloquente è forse un altro: 6 cittadini su 10 usano ancora WhatsApp per comunicare con il proprio medico, che dedica mediamente un’ora al giorno a queste interazioni. L’Osservatorio stima che strumenti strutturati farebbero recuperare oltre una settimana lavorativa all’anno per ciascun medico. La telemedicina, dunque, non serve solo al paziente: serve anche a togliere viscosità al sistema.
Un dato territoriale è molto significativo. Nel 2024, in 11.312 farmacie, sono state erogate 904.601 prestazioni di telemedicina (ECG, Holter cardiaco e pressorio) rilevando 116.335 anomalie complessive, pari a quasi il 13% delle prestazioni, di cui 4.941 gravi con invio allo specialista o al pronto soccorso. È la prova che la telemedicina non serve solo a “fare visite online”: può intercettare precocemente un peggioramento clinico, prima che si trasformi in urgenza. Questa quota del 13% è una semplice inferenza dai dati Federfarma.
Naturalmente non basta distribuire wearable o aprire piattaforme. Una review del 2024 ricorda che la telemedicina riduce tempo e costi di viaggio, ma può anche aumentare il carico se scarica sui pazienti dati difficili da interpretare o procedure troppo complesse. La tecnologia funziona quando semplifica, non quando aggiunge lavoro nascosto.
