Tecnosofia


Lunga vita, corta copertura

La non autosufficienza è il grande costo sommerso della longevità italiana. Se viviamo più a lungo, aumentano anche gli anni in cui una famiglia può dover pagare assistenza continuativa, cure, adattamenti tecnologici domestici.

Eppure il mercato che dovrebbe proteggere questo rischio è ancora minuscolo: secondo IVASS, nel 2024 i premi delle coperture long-term care (LTC) di ramo vita sono arrivati a 323 milioni di euro, una quota marginale; la prima compagnia raccoglie da sola il 53% dei premi e le prime dieci superano il 95% del mercato. Nel ramo malattia, le coperture LTC valgono appena 29 milioni. Non siamo davanti a un settore maturo: siamo davanti a un bisogno enorme ancora senza massa critica.

Il paradosso è che il costo reale della cura è già da classe media alta. Una simulazione Assindatcolf per il 2026 stima che una badante convivente a tempo pieno per una persona non autosufficiente costi oltre 1.760 euro al mese, cioè più di 21 mila euro l’anno, senza considerare molte spese collaterali. Intanto la spesa sanitaria privata in Italia ha raggiunto nel 2024 47,7 miliardi, di cui 41,3 miliardi pagati direttamente dalle famiglie: segno che il nostro modello continua a reggersi soprattutto sul pagamento “a evento”, quando il bisogno è già esploso.

Ce le potremo permettere, allora, queste polizze? La risposta è ambigua, ma interessante. Una rilevazione ANIA mostra che il 59% degli italiani è disposto a pagare al massimo 50 euro al mese per una copertura LTC. Ma un esperimento sullo stesso tema indica che, quando si spiegano in modo concreto costi e rischi della non autosufficienza, la disponibilità media a pagare cresce di circa 3-3,6 euro al mese, cioè di circa il 13-15% rispetto alla media del gruppo non informato; aggregata a livello nazionale, quella disponibilità varrebbe un potenziale di 13-13,7 miliardi l’anno. Il problema, dunque, non è solo il prezzo: è anche l’asimmetria informativa. Si sottovaluta il rischio finché non lo si incontra.

È qui possono fare la differenza le soluzioni insurtech, assicurazioni digitali che aiutano famiglie e anziani a pianificare, finanziare e attivare la cura di lungo periodo. Non perché basti “mettere online” una polizza, ma perché la digitalizzazione può abbattere costi distributivi, semplificare la sottoscrizione, rendere più leggibili le clausole e integrare la copertura con servizi: teleassistenza, orientamento ai bonus pubblici, gestione documentale, attivazione più rapida delle prestazioni. In altre parole, la polizza smette di essere un oggetto finanziario remoto e diventa un’infrastruttura di cura. Questa trasformazione è decisiva in un Paese dove il mercato LTC è ancora troppo piccolo per proteggere davvero la generazione sandwich, che io definisco “della cura”. I dati non provano automaticamente che l’insurtech allargherà il mercato, ma mostrano un forte squilibrio tra bisogno di copertura e offerta effettiva: proprio in questo spazio può crescere la domanda di soluzioni più semplici e accessibili.

Ma il tempo stringe. La Commissione europea stima che le persone potenzialmente bisognose di long-term care nell’Unione saliranno da 30,8 milioni nel 2019 a 38,1 milioni nel 2050, mentre la spesa pubblica per LTC passerà dall’1,7% al 2,5% del PIL. Se l’Italia non costruisce presto una combinazione tra copertura pubblica, incentivi fiscali, assicurazioni più semplici e piattaforme digitali di accesso ai servizi, il risultato sarà sempre lo stesso: non la mutualizzazione del rischio, ma il suo trasferimento dietro le quinte alle famiglie.

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