Notizie dagli USA


La bolla dei datacenter americani

Nel mondo ci sono circa 11.900 datacenter, circa 5-600 in ogni Paese industrializzato come Germania, Gran Bretagna, Francia, ed anche in Cina, nonostante i suoi 664 sembrino pochi rispetto a tutto quello che fanno. Qui in America come al solito esageriamo: 5.400 in funzione, ed una spesa di $700 miliardi l’anno per farne altri, uno ogni angolo. Peccato che le metà delle aziende coinvolte stia annunciando ritardi e cancellazioni dei piani di nuove costruzioni: se da un lato la finanza pompa dollari, dall’altro chi fa il mestiere non vede una via d’uscita, come mai?

Nei giorni scorsi Blackstone ha speso quasi $4 miliardi per comprare la quota di controllo di Rowan Digital Infrastructure, un’aziendina di soli cinque anni con un numero modesto di datacenter a disposizione e poi affittati alle multinazionali dell’IA. Dove sta il problema?

Innanzitutto, ogni due settimane qualcuno annuncia un nuovo modo di far girare l’intelligenza artificiale in modo molto più efficiente, come Google che riesce a ridurre costi e consumi di sei volte, o DeepSeek e Qwen che hanno sviluppato modelli di LLM a costi di 100 volte inferiori a quelli americani. Immaginate di dover comprare un’automobile e sapere che tra un mese potrebbe costare sei o 100 volte in meno: cosa fate? Aspettate a comprarla, ovvio.

In secondo luogo, i ciarlatani dell’IA continuano a raccontarci la favola che investire in datacenter sia come gli investimenti che in passato han dato impulso all’economia, ossia la rete ferroviaria, autostradale, elettrica, e che quindi occorra buttar dollari come non ci fosse un domani per il futuro nostro e dei nostri figli. Questa è una di quelle fake truth (false verità) che a Zafferano cerchiamo di combattere: è vero che il datacenter è infrastruttura, come pure che ferrovie, autostrade ed elettrificazione abbiano dato il LA allo sviluppo economico mondiale. Ma manca un pezzo importante: quegli investimenti sono durati decine e decine di anni, con occasionali ritocchi per adeguarli. Al contrario, i server che compriamo oggi tra tre anni son da mandare in pensione, se non al macero. E specialmente, se il concorrente tra un mese o un anno fa un datacenter che consuma sei o cento volte di meno, il mio investimento è bruciato all’istante. E da dove vengono i ricavi per ripagare investimenti così elevati, in così pochi anni? Il paragone il traffico su rotaia, gomma o elettrico è falso.

Pensateci, quando sentite che Oracle ha licenziato 30.000 dipendenti per fare più intelligenza artificiale: la verità è che per sostenere l’investimento in datacenter servono tagli ai costi sempre più profondi, per calmare i dubbi di un mercato finanziario sempre più incerto sul ritorno di questo investimento. L’intelligenza artificiale, data in mano a finanziari e compagni di merende, viene usata solo come strumento e paravento di taglio costi, mancando completamente il beneficio di questa nuova tecnologia.

Non è riducendo un ufficio del 30 o del 70% che veramente guadagni dall’utilizzo del ranocchio elettronico: sicuramente tagli i costi e certamente il capo e la borsa ti danno una pacca sulla spalla, ma non avresti potuto fare cosa più miope, che neanche Cesira, la talpa di Lupo Alberto. L’IA porta un vero beneficio quando consente di lavorare in modo nuovo, di fare qualcosa di nuovo, ovvero di costruire, non tagliare.

Da ultimo, far datacenter in ogni angolo del paese sta mostrando una forte avversione della popolazione residente: rumore cupo tutto il giorno, surriscaldamento dell’area circostante e consumo di tanta acqua non valgono i 20-30 posti di lavoro necessari per condurre uno di quegli impianti. Per chi investe in questo genere di infrastruttura, questo aspetto è fonte di ritardi e di extra-costi, sempre più difficili da sostenere.

In conclusione, quando gli investitori dietro a queste grosse banche d’affari vorranno recuperare i loro investimenti con gli interessi, vedranno che quei licenziamenti per il taglio dei costi non sono serviti a nulla se non a peggiorare la qualità del servizio delle aziende che li hanno eseguiti, capiranno che il concorrente più tecnologico li ha mandati in perdita, sentiranno il peso di un’opinione pubblica negativa sui datacenter. Il fatto che da noi ne funzionino già oltre 5.000, ovvero dieci volte tanto quanto ne hanno in altri paesi, dovrebbe farci sorgere il vago sospetto che buttare soldi per farne altri non sia così furbo.

© Riproduzione riservata.
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.