IL Digitale


Computer biologici

I cari lettori di questa rubrica sanno che ho metaforizzato il termine “ranocchio elettronico” per dare vivida rappresentazione della stupidità dell’intelligenza artificiale, intesa come incapacità di paragonarsi all’intelligenza umana, se non per poche attività ripetitive che riesce a svolgere molto meglio di noi. Oggi parliamo della nuova frontiera per calmare il divario tra uomo e macchina: i computer biologici.

Il ranocchio elettronico ha tutto lo scibile in memoria, gioca a scacchi e segue ricette meglio di chiunque, ma dopo miliardi di miglia non ha ancora imparato a guidare, dopo mezzo milione di immagini non riconosce affidabilmente un neo da un melanoma, dopo infinite domande e risposte non capisce che il depresso dall’altra parte della tastiera sta per ammazzarsi. Da un punto di vista fisico poi, se il nostro cervello conta 85 miliardi di neuroni, un numero impronunciabile di sinapsi e consuma come una lampadina, l’equivalente artificiale ha i neuroni di una rana e consuma come una centrale elettrica per rispondere alle vostre domande su cosa visitare a Madrid.

È ovvio che ci siano ampi filoni di ricerca per studiare meglio come funziona la nostra zucca, sia per aiutarci su patologie e performance cognitive, sia per avanzare ulteriormente le capacità dei computer. Notizia importante in questo campo è la disponibilità di nuovi circuiti che utilizzano veri neuroni umani, che seppur in minima quantità, cominciano a giocare ai videogiochi. Se anche voi avete speso ore giocando a Doom, leggerete con piacere questo articolo che racconta come un solo chip equipaggiato con 200.000 neuroni abbia imparato a girare tra i corridoi virtuali di Doom sparando a mostri e mostriciattoli, tutto da solo!

Qual è l’enorme differenza tra un neurone digitale ed uno naturale? Il primo è tonto e capisce solo 0 ed 1, facendo passare o bloccando la corrente che lo attraversa. Il secondo ha visto 50 sfumature di grigio, e riesce a fare passare o bloccare la corrente in tanti modi e sfaccettature diverse, modulando il segnale. Questo nuovo chip può contenere fino ad 800.000 neuroni naturali, che alimenta ed incentiva elettricamente, e poi ne cura la respirazione estraendo l’anidride carbonica. L’incentivo è il meccanismo abituale che usiamo per allenare cani e computer: premio e punizione per ogni segnale. È chiaro che 200.000 neuroni non hanno idea di cosa sia Doom, tantomeno “voglia” di giocarci, ma attraverso una serie di segnali possiamo insegnargli a farlo, e questi chip biologici lo fanno meglio di qualsiasi chip mai esistito sulla Terra.

In seconda battuta il neurone biologico è tridimensionale, a differenza del piattume elettronico, e questo consente un grado di elaborazione del dato in sito impossibile per il collega artificiale: da lì la differenza nel consumo energetico, almeno un milione di volte inferiore per il biologico. Ovviamente siamo agli inizi di questo sviluppo: solo per riprodurre la numerosità dei nostri neuroni, occorrerebbe collegare 425.000 di questi chip biologici, il che comporta complessità notevole nell’alimentazione e sostentamento di queste cellule. Ad oggi questi chip hanno sei mesi di vita, con tubi e pompe che alimentano e puliscono, ma prima di metterne assieme quasi mezzo milione, ce ne passa.

Quello che trovo molto promettente con questi nuovi chip biologici è l’aspetto delle 50 sfumature di grigio, il fatto che non siano costretti a risposte booleane ma possano interpretare il contesto, punti di vista diversi. Pensate che per un computer è molto più facile eseguire miliardi di calcoli per battervi a scacchi, che fare le operazioni necessarie per camminare su un marciapiedi, peggio che mai guidare una macchina. Se ricordate l’articolo della settimana scorsa, quando parlavo di chip che pochissimi millisecondi possano controllare una macchina andando oltre le condizioni booleane tradizionali ma applicando un ragionamento, capire che questi chip biologici possano essere promettenti. Quando vediamo una tazza e la spostiamo da un posto all’altro, il nostro cervello esegue in tempo reale un ragionamento ovvio e rapidissimo, che per un robot con chip tradizionali equivale ad una marea di calcoli: per forza, visto che ha solo 0 ed 1.

Altra buona notizia è che questo sviluppo è open, potete giocarci come i ragazzi di Stanford che gli hanno insegnato Doom. Ad oggi ci sono quasi 6.000 persone collegate a Cortical, azienda che segue questo sviluppo e se non avete di meglio da fare potreste giocarci anche voi, qui: Cortical Cloud. Come sempre il mio invito a giocare e fare nel campo del digitale ha due scopi: il primo è che vi facciate la vostra idea, con la vostra zucca, di vantaggi e svantaggi di quanto leggete qui, il secondo è che attraverso il gioco e la curiosità possiate creare quell’opportunità che poi magari matura in qualcosa di importante, chissà?

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
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Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.