Racconta così Jeff Koons il suo approccio a una tradizione per così dire pop, o per essere più precisi, nell’ambito di un’avanguardia, dopo il suo arrivo a New York, alla fine degli anni ’70. Lo racconta nel libro preso all’ingresso del Miart, all’inaugurazione, nello stand della casa editrice Johan & Levy, dal titolo “Il desiderio messo a nudo”, una lunga conversazione con Massimiliano Gioni. Scorrendo le pagine del libro, alla fine della mia visita in fiera, mi sono domandata cosa avevo visto di davvero interessante. La fiera quest’anno è stata spostata un po’ più in là, immersa nei giardini di Citylife, nel padiglione di Allianz MiCo, un bel panorama con ampie vetrate, con la possibilità di uno spuntino sotto gli alberi: molto carino. Il motivo principale dello scambio di padiglione a quanto pare era l’immensa quantità di materiale di Milano-Cortina, le Olimpiadi, che è stato stoccato là.
Onestamente non era chiarissimo come spostarsi, in alto c’erano poche gallerie, ma con l’allure dei “pochi” in “alto”, in basso un mix tra contemporaneo e moderno, alle volte non facilmente identificabile. In mezzo un corridoio con le gallerie emergenti. La sensazione che ho avuto è di poca chiarezza, a parte alcune gallerie, gli altri proponevano di tutto un po’, ma se devo essere sincera, il Miart non è stata mai una fiera molto interessante, se mai una fiera può essere interessante. Uno va per vedere, come al super, un pot pourri di proposte, o magari, nella forma più alta, crede in un sentimento condiviso: osservare oggetti, materie, opere, certo, in vetrina, anche se aumentata e globalizzata. Che tipo di poesia si può evocare? Nel libro di Gioni viene citato un appunto di Duchamp del 1913 “ la questione delle vetrine dei negozi” e l’importanza che i desideri di una persona non siano mai appagati. Per Duchamp la vetrina dei negozi è una metafora di un complesso meccanismo di attrazione e repulsione, di seduzione, di frustrazione e appagamento dei desideri, sui quali era costruito il sistema delle merci, dei prodotti industriali e degli oggetti di affezione di inizio ‘900. E’ passato un secolo … cosa è successo ad oggi? Abbiamo gli stessi desideri? E gli oggetti?
Di certo la Design Week è molto più efficace nel celebrarli, e la “vetrina” come luogo di proposta di nuove produzioni e di sviluppo, anche tecnologico, come di grande qualità artigianale, qui ha una cura del dettaglio onestamente eccellente, direi che vive di questo. Il fatto che le due fiere siano così vicine ma così lontane per numeri e presenze, oltreché per volume di affari, aumenta lo spaesamento, c’è chi dice che di fatto il Salone del Mobile stia cannibalizzando l’Art Week. Prenderne le distanze?
