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Spie americane in crisi di nervi

Trump ammette sorridente di non ascoltare quanto gli dicono CIA e gli altri servizi segreti: lui la guerra la sente “nelle ossa” e se ha bisogno di aggiornamenti chiede al genero Jared Kushner, tra i capi della lobby ebraica e negoziatore di contratti miliardari in mezzo ai conflitti, sicuramente obiettivo e non di parte. 

Alle circa 120.000 spie americane son saltate i nervi: come, io mi infiltro, rischio la pelle per carpire i segreti del nemico, e poi tu chiedi al genero che ha tutti altri interessi?

A febbraio l’NSA ha intercettato comunicazioni cifrate tra Kushner ed il Mossad, ed ha correttamente stilato un rapporto per i vertici e la Casa Bianca, ma Tulsi Gabbard ha secretato il tutto e decretato: “non c’è nulla da vedere qui, circolare”. A quel punto una delle spie ha provato a contattare Wall Street Journal e New York Times per far scoppiare il caso, ma gli avvocati di NSA e CIA son riusciti a blindare il tutto, per dire al pubblico americano che erano solo pettegolezzi, non valeva la pena pubblicarli. Personalmente preferisco leggere cos’è successo e poi decidere con la mia zucca se e’ pettegolezzo o scandalo vero; mi da’ sempre fastidio quando un burocrate a caccia di favori vuole decidere per me. Non so voi.

Mentre Trump, Gabbard e direttore John Ratcliffe dipingono una CIA dove tutti si vogliono bene e lavorano in armonia per la protezione del nostro paese, dai ranghi inferiori arrivano mormorii ed opinioni molto diverse. In tutto sono 18 le agenzie di intelligenze americane, da anni in concorrenza tra loro per agguantare una porzione maggiore del budget, assumere più gente, comprare mille mila computer più potenti. Recentemente questa competizione, e la commistione col mondo politico, li ha portati supportare le tesi di questo o quel partito, fallendo il proprio obiettivo. A scanso di dubbi, non ci son mai state prove che Trump fosse una spia russa, e tantomeno che l’attacco al Congresso non fosse voluto dallo stesso Presidente al termine del primo mandato. Quando i contribuenti pensano al ben di Dio che spendono per questi enti federali, e poi li beccano a mentire a livello di pettegolezzo condominiale, la voglia di tagliare la spesa per tutti questi spioni cresce a dismisura.

Gabbard non ha migliorato il clima lo scorso 18 marzo, quando dopo aver detto che gli attacchi di giugno avevano effettivamente raso al suolo la capacità nucleare iraniana, e che lo stesso regime non aveva intenzione di riprendere il programma di arricchimento dell’uranio bombarolo, s’è immolata alla causa insostenibile del Presidente dicendo che solo lui decide se esiste un pericolo per il paese, oppure no. Castronata senza pari, perché la CIA è stata fondata nel 1947 proprio per evitare future sorprese come Pearl Harbor, e dare i dovuti allarmi in tempo; in altri termini la sua ragione di esistere è proprio la valutazione del pericolo e della sua imminenza, cui poi il Presidente decide come rispondere.

Questa figuraccia si somma al non aver protetto una serie di agenti coinvolti nel Russiagate, che Trump ha voluto licenziare ad uno ad uno, pur sapendo che non erano stati liberi di scegliere l’indagine su cui lavorare. Ovviamente si comprende la frustrazione degli agenti: chi è sul campo e rischia pallottola o avvelenamento deve stare attento alla pelle, ma chi è in patria si trova un Presidente che nemmeno legge i report, e cerca pure la vendetta su commistioni politiche precedenti. Molti dei campi han gettato la spugna, andando in pensione o passando al settore privato: la crisi di nervi continua.

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