Il celebre storico Mascilli Migliorini, dell’accademia dei Lincei, spiega come in fondo le “false notizie”, quelle intenzionalmente false, e che si distinguono dalle “notizie false” che lo sono accidentalmente, siano sempre state parte della costruzione e ricostruzione storica. Il suo esempio è quello di Napoleone a Sant’Elena. Incatenato a una roccia in mezzo all’Atlantico, il grande condottiero inventa il proprio mito. E molti altri lo fanno intorno a lui. Così i memoriali veri e falsi di Sant’Elena si moltiplicano presentando un personaggio sempre diverso: il pensionato di lusso ormai innocuo, il nostalgico condottiero, il precursore di una civiltà liberale. E nel mentre gli inglesi, in altrettante contromemorie, costruiscono via via il Napoleone perverso e incestuoso, quello che realizza le profezie negative dell’Apocalisse e, addirittura, in versione già postmoderna, “quello che non è mai esistito”. Era un brutto incubo, un mito negativo. C’è allora un Napoleone vero o ci rassegniamo al gioco delle finzioni?
Del resto, spiega l’estetologo romano Daniele Agostini, l’idea di finzione come un terzo regno oltre al vero e al falso è una brillante creazione di S. Agostino (tanto per cambiare) per spiegare certi passi evangelici. “Fingere” vuol dire creare un senso diverso da quello letterale. L’esempio è un curioso episodio evangelico. Gesù cerca i frutti in un fico anche se non è la sua stagione. Si arrabbia perché non ne trova e maledice il fico, che, i Vangeli notano, in poche ore seccherà e morirà. Possibile che Gesù si sia sbagliato? No. E allora vuole dire che fingeva, cioè che voleva introdurre una storia con un significato diverso (fictio). Anche l’arte medievale, con la sua celebre immedesimazione in episodi microscopici del Vangelo o delle vite dei santi, immagina, cioè “finge”, crea delle storie per spiegare la verità.
Forse, concludo io, il nostro problema è che abbiamo un’idea ridotta di verità per cui vero e falso sono corrispondenze uno a uno con realtà fisiche e dunque rimaniamo sempre spiazzati quando la verità include anche uno sviluppo, una storia, una necessaria immedesimazione. Non riusciamo a uscire dall’alternativa tra una versione rigida, positivista e possibilmente violenta di verità e l’abbandono relativista della stessa. In un realismo ricco e relazionale, invece, invece, la verità è agile, dinamica, e cresce nel tempo perché è l’esplicitarsi di ciò che era nell’oggetto all’inizio; non è mai del tutto afferrabile dalla mente umana; eppure, richiede la nostra collaborazione. Riconoscere che c’è un fiore comprende l’esalarsi del suo profumo, altrimenti nel dire solo che c’è un fiore non ho ancora detto nulla della sua verità.
L’idea ridotta di verità è l’esito dell’impostazione kantiana della filosofia, del dividere, del togliere, del separare il bello e il buono (estetica ed etica) dalla conoscenza (logica), del non considerare mai il tempo e il cambiamento come fattore interno alla conoscenza. Bisognerebbe cambiare il paradigma kantiano della conoscenza, proporne uno nuovo, altrimenti continueremo a essere in balia di ogni cambiamento, come quello della velocità delle fake news, oscillando tra riprovazione moralistica e rassegnazione relativistica.
