Sono tappe importanti della crescita e dell’ingresso in quel principio di realtà che ci permette di dialogare con il passato e il futuro, con gli altri e con sé stessi, con il significato delle cose e con i suoi risvolti culturali, sociali, politici. Bassani spiega che la perdita di tutto questo avviene perché il mondo digitale, i social in particolare, producono dopamina, dandoci soddisfazione immediata, che tutti conosciamo quando ci incolliamo allo scrolling senza sapere davvero che cosa cerchiamo o vogliamo. In qualche modo, ne diventiamo dipendenti.
Soluzione di Bassani: divieto di accesso più prolungato possibile ai social (secondo lui, il divieto ideale sarebbe fino a 25 anni), come fanno ormai molti Paesi; ritorno all’insegnamento e alla lettura su supporto cartaceo; educazione digitale profonda, che includa anche programmazione ed effetti clinici, e termini con una sorta di patente digitale necessaria per accedere.
L’analisi è inequivocabile e suffragata da dati. Le soluzioni sono logiche ma appaiono irrealistiche. Lo stesso neuropsichiatra mentre parla ha sul tavolo un cellulare che controlla per l’orario, la ragazza vicino a me prende appunti sul cellulare, ragazzi e ragazze si scambiano messaggi su whatsapp, spesso di approvazione per ciò che il relatore dice. Alla domanda sull’inevitabilità di ciò che accade il relatore risponde che nulla è inevitabile e che non bisogna per forza accettare un pensiero tecnocratico. Nulla mi è più simpatico del non accettare l’ineluttabilità del progresso in nome di libertà e ideali. Tuttavia, stavolta le cose non stanno così: il problema non è che la tecnologia digitale sia ineluttabile ma che, anche sapendone ormai molti difetti, alcuni dei quali gravi e inquietanti come quelli espressi dal bravo psichiatra, continuiamo a usare gran parte di questa tecnologia. Perché? Gli esseri umani hanno una radice profondamente utilitarista o, come diceva un altro celebre psichiatra, G.B. Contri, imprenditoriali. Siamo un po’ tutti imprenditori e se, pur sapendo tutti i difetti, continuiamo a usare qualcosa, significa che ciò che guadagniamo è più di ciò che perdiamo.
Il destino tecnologico non è ineluttabile. È voluto. Ciò vuol dire accettare ogni innovazione o respingere i buoni consigli - e qualche proibizione - dati da psichiatri e studiosi? No, ma del resto gli esseri umani hanno spesso dimostrato di essere più intelligenti di quanto non sembri quando vengono toccati gangli vitali della loro esistenza. Non tutte le tecnologie predestinate, infatti, hanno avuto successo. I casi di Second Life nei primi anni 2000, dei Google glasses negli anni ‘10, di metaverso negli ultimi anni, dimostrano che siamo più resistenti di quanto non si pensi. Quando qualche tecnologia è troppo invasiva, la respingiamo. In fondo, nonostante finte interviste umanizzanti, AI ci va bene perché è un modello linguistico, una macchina sintattica e la maggior parte delle persone lo sa e la usa come tale. La accetterebbe o la accetterà ancora quando e se diventerà più invasiva? Forse no. Esiste un istinto di sopravvivenza o forse un istinto razionale che ci fa rimanere attaccati a ciò che è vitale. È una soglia di resistenza negativa, come il demone socratico, ma non penso che sia debole o che sia poco.
