ILTeatro


Giovani vittime nelle "Troiane" di Seneca

La morte di due innocenti. Con questa espressione lapidaria si potrebbero riassumere le vicende drammatizzate da Seneca nelle Troiane. Erede delle Troiane e dell’Ecuba di Euripide, la tragedia senecana mette in scena la tragica sorte di Polissena e Astianatte, due giovanissime vittime del furor bellico dei Greci vincitori. Polissena, figlia di Priamo, è destinata a essere uccisa in onore del defunto Achille. 

Astianatte, invece, in quanto figlio di Ettore e possibile futuro ricostruttore di Troia, deve essere scaraventato dalle mura. Sullo sfondo della vicenda ci sono la devastazione della città ancora in fiamme e il futuro da schiave che attende le donne troiane vinte.

La struttura drammaturgica delle Troiane, realizzata da Seneca secondo fini parallelismi, asseconda la duplice trama. Alla vicenda di Polissena è dedicato, in primo luogo, il secondo atto, durante il quale Pirro e Agamennone si scontrano in un agone retorico a proposito della morte della ragazza. L’impetuoso Pirro, difensore dell’onore e degli interessi del padre Achille, rivendica la necessità dell’uccisone. Agamennone, dall’altra parte, dotato di un’ambigua moderazione, si oppone. Sempre a Polissena è dedicato, poi, il quarto atto, nel quale un’emotivamente turbata Elena (creatura liminare tra vinti e vincitori) è costretta dai Greci a preparare la giovane cognata al sacrificio al quale è, alla fine, condannata.

Tra il secondo e il quarto atto, invece, il terzo vede al centro solo la vicenda di Astianatte. Avvertita in sogno dal defunto Ettore, Andromaca nasconde il piccolo figlio dai Greci. Mentre Polissena è destinata a essere sacrificata sulla tomba di Achille, Astianatte trova nella tomba del padre momentaneo riparo dai vincitori. In seguito, in un lungo e intenso agone, Andromaca fronteggia strenuamente Ulisse, giunto per costringerla a consegnargli il bambino. Prostrata dal dolore, Andromaca, alla fine, cede. Astianatte, come la zia, è condannato a morte.

I destini dei due fanciulli, infine, si ricongiungono nel quinto atto, racconto del suicidio stoico di Astianatte prima, dell’eroica morte di Polissena dopo. Il bambino precede i nemici gettandosi egli stesso dalle mura, Polissena accoglie con fierezza la spada di Pirro.

Solo con le morti di Polissena e di Astianatte può dirsi finita, per i Greci, Troia. La guerra si conclude con due morti premature, due morti di innocenti. Ma una morte di innocente ha segnato anche l’inizio della guerra. Ifigenia, figlia del re di Argo Agamennone, è stata sacrificata dal padre per permettere alle navi greche ferme in Aulide di salpare per Troia. Riferimenti alla vicenda mitica di Ifigenia, già drammatizzata da Euripide nell’Ifigenia in Aulide, e analogie tra la sorte della fanciulla e quella dei due giovani troiani sono rintracciabili in gran numero nel testo senecano.

Di Ifigenia fa menzione Pirro nel secondo atto, utilizzandola come arma a proprio favore nell’agone con Agamennone. Se, infatti, un tempo ha osato uccidere la figlia, Agamennone non ha motivo di opporsi, ora, al sacrificio di un’altra fanciulla. La morte di Ifigenia diviene, dunque, un essenziale precedente. Anche Polissena, inoltre, deve essere uccisa per il bene delle navi greche, ora ferme a Troia e in attesa di tornare in patria. La sua morte permetterà loro di salpare. A vaticinarlo, nel secondo atto, è l’indovino Calcante, lo stesso che, ai tempi dei fatti di Aulide, ha istruito Agamennone sul sacrificio della figlia.

Calcante: Al solito prezzo il destino concede ai Danai di partire: la vergine deve essere immolata sulla tomba del capo dei Tessali; e nel costume con cui si sposano le donne della Tessaglia, e della Ionia e di Micene; e sia Pirro a consegnare la sposa a suo padre. Questo è il rito richiesto. Ma non è questi l’unico ostacolo che impedisce alle nostre navi di partire. Altro sangue è dovuto, Polissena, più nobile del tuo. Il destino esige che il figlio di Ettore, e nipote di Priamo, sia fatto precipitare dall’alto della torre, e così trovi la morte. Dopo, la flotta potrà prendere il mare con le sue mille navi.

(Seneca, Troiane, vv.360-370.)

Se si analizza la sopra riportata battuta di Calcante, merita molta attenzione in primo luogo il riferimento alle nozze. Come appare evidente nel quarto atto, Polissena, promessa ad Achille, viene condotta alla morte mediante l’inganno di finte nozze con Pirro. Analogamente, Agamennone ha chiamato presso di sé Ifigenia architettando un finto matrimonio proprio con Achille. Per entrambe le fanciulle, nozze e morte si sovrappongono.

Le parole di Calcante, secondariamente, saldano per la prima volta il destino di Polissena/Ifigenia a quello di Astianatte. Anche per la morte del bambino, la cui motivazione è prettamente politica (la necessità di evitare la rinascita di Troia) viene proposta la stessa giustificazione religiosa esposta sopra: propiziare la partenza delle navi greche. A proposito delle reminiscenze della figura di Ifigenia nell’Astianatte senecano, si può inoltre notare una particolare scelta lessicale operata da Seneca nel terzo atto. Durante lo scontro con Andromaca, Ulisse definisce la morte di Astianatte lustrale sacrum, sacrificio espiatorio (vv. 634-635). Nell’Agamennone di Seneca, il medesimo aggettivo lustrale è usato da Clitemestra in riferimento alla figlia Ifigenia e alla sua morte (lustrale caput, v.163).

Se si presuppone, quindi, la presenza costante dell’ombra di Ifigenia nella drammatizzazione della sorte di Polissena e Astianatte, non sono più due le vittime ricordate da Seneca, ma tre. Sebbene la prima sia greca e le altre due troiane, tutte e tre cadono ingiustamente a causa di esigenze dettate dalla guerra e, soprattutto, di quell’uso politico della superstizione e dei vaticini che Seneca, stoico, considera deprecabile.

La storia di Seneca è ciclica, la guerra è totale e non risparmia nessuno. Le morti dei tre ragazzini, paradossalmente e quasi ironicamente necessarie all’inizio e alla fine della guerra stessa, diventano simbolo della profonda assurdità e dell’insensatezza dell’esperienza bellica, della quale la guerra di Troia è, per Seneca, un fosco prototipo.

© Riproduzione riservata.
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Silvia Andrea Russo (Cremona): passione per l'antichità, la letteratura, la recitazione, la musica, il canto e la scrittura
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.