Ho una piccola collezione, di opere scambiate, regalate, acquistate per modiche cifre da galleristi disponibili, oppure come l’incisione di Hans Bellmer, acquistate nelle aste condotte da Arturo Schwarz a suo tempo: metteva a disposizione la sua enorme collezione per aiutare di volta in volta Museo di Tel Aviv o quello di Gerusalemme. Tutte opere che amo molto … ma quella di Ugo Carrega, “Io sono dove mi assomiglia”, nella sua leggerezza (un testo stampato e poi due pennellate bianche, a contorno) mi muove qualcosa dall’interno, qualcosa di profondo.
Ricordo che conobbi Ugo veramente giovanissima e mi sembrava un po’ un orco, un misto tra estrema raffinatezza e brutalità: mi faceva un po’ paura anche se era fondamentalmente un generoso e sempre disponibile. Feci nel suo “spazietto”, dal nome ripreso da Marcel Duchamp, Euforia costante, la mia prima mostra, interventi su pagine di giornale. Molto acerba. Lui invece di storia alle spalle ne aveva parecchia, come Tool, il progetto editoriale con Martino Oberto negli anni ’60 a Genova che, partendo dall’idea della Pagina globale, luogo ideale dove la scrittura si arricchiva di espressioni e segni grafici, enunciò le sei categorie concettuali dell’espressione grafica e verbale, nello spazio della pagina bianca: elemento fonetico, elemento preposizionale, lettering, segno grafico, forma, colore. Arriverà a definire la poesia visuale come “Nuova scrittura” attraverso un manifesto che verrà firmato dai coniugi Oberto, Vincenzo Accame e Vincenzo Ferrari, tra gli altri.
Si trasferirà a Milano più tardi facendo una mostra nella galleria di Arturo Schwarz, inseguendo però sempre l’idea della Nuova scrittura e coinvolgendo altri artisti: parlava spesso di Ugo Miccini, di Sarenco, ma anche di Franco Vaccari e Ben Vautier, e creando riviste, aprendo spazi, di cui il più famoso fu il “Mercato del Sale” in via Orti a cui seguirà poi nel 1993 “Euforia costante” appunto, in via Tadino, tra il Mudima e lo Studio Marconi, dove tra le altre realizzerà un’esposizione di Nanni Balestrini. Sono stata molto fortunate a vivere, anche se forse un po’ troppo giovane, quel clima milanese così vivace, così formativo dal punto di vista intellettuale ma anche morale, così aperto ma al tempo stesso duro, determinato, preciso sul ruolo dell’artista nella società, senza nessuno sconto. Invece ora tutto si è un po’ sfilacciato e gente come Ugo, di certo verrebbe messa ai margini. Ma io il mio quadretto me lo tengo caro, perché mi ricorda cosa vuol dire lottare per i propri ideali e non avere paura di dir ciò che si pensa, come invece accade oggi.
