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La corsa all’intelligenza artificiale non è già scritta

La competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale (IA) non è una gara tecnologica come le altre. Non riguarda soltanto chi produrrà il miglior chatbot, il modello più veloce o l’applicazione più venduta. È una sfida per stabilire chi controllerà la prossima infrastruttura generale del potere grazie a una tecnologia capace di accelerare, in modo unico e determinante, ricerca scientifica, industria, finanza, sicurezza, difesa, comunicazione politica e amministrazione pubblica.

Un recente studio di Anthropic, parte in causa e attore primario dell’élite tecnologica americana, sostiene che entro il 2028 potrebbero aprirsi due scenari. Nel primo, gli Stati Uniti e le democrazie alleate consolidano un vantaggio significativo nella frontiera dell’IA, grazie al controllo dei chip avanzati, dei data center e della distribuzione globale dei modelli. Nel secondo, la Cina riesce a recuperare terreno aggirando le restrizioni, accedendo indirettamente al “compute” occidentale, ovvero la capacità materiale di calcolo necessaria per costruire, addestrare e far funzionare i grandi sistemi di intelligenza artificiale, copiando capacità dai modelli più avanzati e diffondendo soluzioni più economiche in molte aree del mondo.

Oggi il vantaggio americano è reale. Gli Stati Uniti dispongono delle principali imprese di frontiera, di enormi capitali privati, dei migliori cloud provider, di Nvidia e di un ecosistema universitario e imprenditoriale ancora capace di attrarre talenti globali. La Cina, però, non è affatto fuori gioco. Produce, in quantità sempre crescente, ricerca, brevetti, ingegneri, applicazioni industriali e modelli sempre più competitivi. L’Università di Stanford rileva che il divario qualitativo tra modelli americani e cinesi si è ristretto in modo sensibile. Epoch AI stima che i migliori modelli cinesi siano rimasti, dal 2023, mediamente sette mesi dietro la frontiera statunitense. Sette mesi sono molti in una corsa militare o scientifica; ma sono pochi se si guarda alla capacità di diffusione economica della tecnologia IA.

La vera partita, dunque, non dipenderà da una sola variabile. Il compute è centrale: chip, memoria, energia e data center sono la base materiale dell’intelligenza artificiale avanzata. Ma contano anche gli algoritmi, perché maggiore efficienza può ridurre il bisogno di calcolo. Conta il talento, perché ricercatori e ingegneri sono la materia prima della frontiera. Conta il capitale, perché addestrare modelli sempre più grandi costa miliardi. Conta l’adozione, perché il potere nasce quando l’IA entra nelle fabbriche, negli ospedali, negli eserciti, nelle scuole e nella pubblica amministrazione. E conta la governance, perché sistemi più capaci possono generare anche più rischi: cyberattacchi, disinformazione, armi autonome, sorveglianza, instabilità strategica.

Gli Stati Uniti guidano l’innovazione di frontiera; la Cina lavora sulla resilienza, sull’autonomia e sulla diffusione applicativa. Gli uni hanno la forza del mercato, del capitale e delle piattaforme globali; l’altra ha la forza della mobilitazione statale, della manifattura e della scala interna. È dunque sbagliato immaginare una gara già decisa. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che il recupero cinese sia automatico. La domanda vera non è soltanto chi arriverà primo alla superintelligenza. È quale ordine politico nascerà da questa corsa. Un ordine fondato su standard aperti, alleanze e controlli democratici? O un mondo diviso in blocchi tecnologici rivali, nel quale ogni potenza accelera per paura di essere superata? La corsa all’intelligenza artificiale non è già scritta. Proprio per questo le scelte dei prossimi anni peseranno enormemente.

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In questo numero hanno scritto:

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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.