Vita d'artista


La fragilità del presente

Con queste parole il presidente Pietrangelo Buttafuoco definisce ciò che riflette la Biennale di quest’anno, cioè "la fragilità di questo presente", martoriato dalle guerre, dal timore dello shock energetico, definendola al tempo stesso però un giardino di pace, nel quale tutti possono confrontarsi.

Io non sono andata, anche se, come spesso capita, chi è c’è stato ha preferito le mostre collaterali ai Giardini, poveri di spirito secondo alcuni. Andare all’inaugurazione della Biennale però è soprattutto andare ad un sacco di feste in palazzi bellissimi, nei quali non potresti mai entrare. Aldilà delle varie code per vedere alcuni padiglioni, di manifestazioni ce ne sono state, eccome, e scene piuttosto d’effetto come ad esempio quelle delle Pussy Riot coi lacrimogeni rosa davanti al Padiglione Russia. Un giardino di pace mica tanto.

Ad esempio le dimissioni in massa del comitato dopo l’annuncio di volere escludere la Russia ed Israele dai premi, dopo l’immediata reazione dell’artista israeliano Belu-Simion Fainaru alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo. "Alla Biennale possono e devono stare insieme in pace tutti i popoli", dice presentando l'opera “Rose of Nothingness”, riammessa ai premi dopo le dimissioni della Giuria internazionale e la nascita dei Leoni dei Visitatori.

Visto che sarebbero stati perseguibili personalmente, i giurati han visto bene di promuovere la giuria popolare: chissà che succederà di interessante … mi è subito tornato alla mente il mitico Alberto Sordi in “Visita alla Biennale” del 1978 con la moglie scambiata per un’opera: “Sedia con corpo adagiato”. Intanto alcune performance sono state gettonatissime: Florentine Holzinger, del Padiglione austriaco, usa sapientemente il corpo (nudo) femminile che viene trasformato in elemento scultoreo, ad esempio come batacchio di una campana. Ad ogni ora si vede arrampicarsi la performer vestita delle sole imbragature … sarà perché vista su Instagram, ma mi sembrava un B movie anni ’50, quelli su un futuro tornato tribale.

Ma il capolavoro assoluto della mia visione remota è stata l’opera proposta nel Padiglione del Lussemburgo, dal titolo “La Merde”, dell’artista Aline Bouvy, che propone un “manifesto cinematografico” nel quale un grande escremento antropomorfo parla, cammina e scoreggia, interagendo con altri personaggi. Il tutto corredato con un catalogo pieno di immagini d’arte, come ad esempio le famose scatolette di Piero Manzoni, “Merda d’artista”. Basato su uno studio serio, che affronta il tema della vergogna come meccanismo sociale, anche qui mi sovviene un film di Luis Bunuel, “Il fantasma della libertà” del 1974, in cui i commensali, vestiti in modo impeccabile, sono seduti su water posizionati attorno a un tavolo elegante in una sala da pranzo, in cui defecano, mangiando invece con vergogna al gabinetto. Forse non siamo ancora usciti dall’onda lunga del Surrealismo.

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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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