Vita d'artista


Hermann Nitsch

Qualche giorno fa, per sfuggire al caldo, siamo andati a vedere alcune mostre estive a Palazzo Reale, a Milano, la cui qualità è spesso buona. Mi ha particolarmente colpito quella di Mario Raciti, che mi ha ricordato un certo clima italiano, forse è meglio dire milanese, che purtroppo non c’è più, e ancor di più la mostra del fotografo Aurelio Amendola, dal titolo “Capolavori fotografati”. 

Aldilà dei grandi capolavori, vi erano frammenti di vita di artisti colti nel loro studio, mentre lavoravano o riflettevano, in particolare Hermann Nitsch, Emilio Vedova e Alberto Burri. Fotografie molto intense, che catturano l’emozione negli occhi di quelle importanti figure, ma anche la concentrazione nel momento in cui si mette mano all’opera, il lavoro vero. Difficilmente la fotografia riesce a cogliere così bene attimi del genere, forse perché bisogna conquistarsi la fiducia dell’artista, e poi farsi da parte.

Soprattutto mi hanno fatto fare un tuffo nel passato le foto di Nitsch, perché mi sono ricordata della performance che aveva fatto all’apertura del nuovo spazio di Enzo Cannaviello, con il quale lavoravo, in Via Stoppani. L’artista viennese era già un po’ vecchio, almeno, io lo vedevo così allora, ma aveva dimostrato un’energia incredibile, fuori dal comune. Ho sempre amato il suo lavoro così ostico, così difficile. Negli anni ’60 faceva parte del gruppo dell’Azionismo viennese, con Günter Brus, Otto Mühl e Rudolf Schwarzkogler , artisti durissimi, che non facevano sconti a nessuno: lui stesso fu più volte arrestato per le sue performance. Costretto a trasferirsi per qualche tempo in Germania, al suo ritorno comprerà il Castello di Prinzendorf che diventerà il palcoscenico di vere e proprie azioni dal titolo “Das Orgien Mysterien Theater”, il Teatro delle Orge e dei Misteri. Azioni estreme che coinvolgevano persone e animali, poi sacrificati nel momento della performance, azioni piene di sangue e di viscere, che coinvolgevano anche l’aspetto sessuale e che ricordavano le orge dedicate al dio Dioniso, nell’antichità.

L’idea di Nitsch era quella di avvicinare gli spettatori, che seguivano le performance anche per vari giorni, ai misteri della vita e della morte, nell’ebbrezza, nella nudità, nel sangue: in riti collettivi basati sulla liturgia e sul sacro, come anche la crocefissione. Erano momenti che portavano i partecipanti ad esplorare le parti più buie del loro essere, generalmente represse nel consesso sociale, per poi accedere ad una catarsi, una sorta di inaspettata ascesa alla spiritualità. Eccezionali sono le opere pittoriche, alcune di esse anche di impianto installativo, prodotte dall’artista con il colore e con il sangue, sui teli bianchi su cui si svolgevano le azioni. Un aspetto della prassi artistica pericoloso e potente.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.