Pensieri e pensatori in libertà


Pecore (e pecoroni) si diventa

Al cinema e ora sulle varie piattaforme ha avuto un grande successo il film Pecore sotto copertura, The Sheep Detectives, secondo il titolo originale. Originale è anche il tipo di film: un giallo con pecore parlanti, a metà tra l'animazione, il giallo e i film per bambini.

Il contenuto, però, è tutt’altro che per bambini. Senza rivelare la trama a chi lo volesse vedere, il concetto del film, interpretato tra gli altri da Hugh Jackman ed Emma Thompson, è che pecore si diventa, nel bene e nel male. La pecora come emblema di purezza (l’agnello di Dio), la storia del buon pastore ucciso, la pecora smarrita, il gregge come comunità di appartenenza non violenta e positiva sono tutti lì, apertamente e ironicamente citati per tutta la durata del film. D’altro canto, ci sono anche tutti gli stereotipi negativi: stupido come una pecora, incapace di giudizio come una pecora - i celebri pecoroni che seguono il gruppo e ripetono ciò che si dice senza capacità di critica - testone e incapace di controllo come un montone.

Il bello della sceneggiatura, però, è che pecore o pecoroni (o montoni) non si è per natura ma si diventa. Come? Attraverso la memoria. L’idea ironica del film è che la stupidità proverbiale delle pecore non è innata ma dipende dalla volontà di gregge di cancellare tutto ciò che di spiacevole è successo ai singoli e al gruppo. Se qualcuno muore, lo cancello. Se scopro qualcosa di brutto nel mio gregge, lo cancello. Se scopro una verità inquietante, la cancello. Così, di cancellazione in cancellazione, cancellando la memoria, si finisce con il credere a qualunque fandonia perché non si è in grado di criticarla in base alla propria conoscenza ed esperienza; si ripetono i medesimi errori eternamente, perché non li si è mai accettati e giudicati; si finisce con l’essere preda di ogni malintenzionato che, facendo finta di voler bene al gregge, vuole solo portarlo nelle braccia del macellaio.

Certo, come il film dice più volte, il problema della memoria di cose dolorose è che ricordare fa male, si risentono le ferite provocate dall’urto con i duri materiali della vita. Eppure, la memoria del dolore, come ha spiegato tutta la psicoanalisi, è meglio della rimozione. Il “sentire le ferite” è ciò che fa crescere e cambiare, mentre l’oblio crea personalità (e animalità) fragili, che non possono scoprire nulla di nuovo perché tutto rischia di essere pericoloso. L’oblio sembra un bene perché fa meno male, ma alla fine blocca ogni possibilità di cambiamento, di comprendere quanto è avvenuto e di provare sentimenti genuini. Infatti, nel ricordare gli errori propri e altrui, i momenti difficili o quelli sbagliati, si prova anche la dolcezza del cammino intrapreso, del pericolo scampato, della riprovazione di chi ci ha ingannati e della gratitudine per coloro che ce ne hanno tratto fuori. Così, ricordare il bene e il male è la legge, la norma, della libertà: aderendo al bene, cioè ricordando la propria storia, si diventa se stessi, pecore nel senso evangelico del termine; dimenticando il male e il dolore, invece, si dimentica anche il bene e si diventa pecoroni, nel senso dispregiativo e contemporaneo del termine. Una lezione di filosofia non da poco per un filmetto estivo.

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In questo numero hanno scritto:

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Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
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Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.