Con la sua pietà per la situazione singola, la sua comprensione per ogni debolezza, ma anche il suo rigore nella difesa della verità, qualunque cosa costi, e degli oppressi, chiunque essi siano, i libri di Grossman sono la grande compagnia di coloro che si trovano in situazioni di minoranza, oppressi o esclusi perché non disposti a rinnegare le evidenze degli occhi e della ragione in nome di ideologie, grandi e piccole, che tendono ad albergare in tutti i gruppi sociali come nei grandi Stati totalitari. Del resto, è questa la formidabile scoperta grossmaniana: gli esseri umani sono tendenzialmente ideologici, in qualsiasi epoca. E ciò è tanto più evidente nella nostra società, dove basta lasciarsi trascinare da un post all’altro dell’ineffabile algoritmo per essere coinvolti, volenti o nolenti, in piccole e grandi ideologie.
Il libro di Pelletier è principalmente divulgativo, con qualche errore macroscopico di storia, ma anche con qualche spunto originale. Ha un capitolo dedicato alle donne nella vita e nell’opera di Grossman perché “l’istinto materno femminile è il pane e l’acqua della vita”. E ha un interessante capitolo dedicato agli animali, a come Grossman ne senta il destino, così simile a quello degli esseri umani eppure così lontano, come notava Leopardi con le greggi del pastore errante. Infine, Pelletier oppone Grossman al nichilismo contemporaneo, all’idea che le cose abbiano perso di senso e non valga la pena vivere, battersi, soffrire, patire. Per Grossman vale sempre la pena vivere, anche solo per cinque minuti perché essere vivi vuol dire essere liberi, cioè soddisfatti, per quanto lo possano essere gli uomini, cioè soddisfatti di portare dei significati, di sopportare dei sacrifici, di provare a camminare con uno scopo.
Il difetto del libro di Pelletier, invece, è duplice. L’unica resistenza individuata dall’autrice è quella a Putin, visto in perfetta continuità con Hitler e Stalin nella volontà di sterminio degli ucraini. L’applicazione unica restringe l’universalità e anche la poeticità di certi brani di Grossman che pure Pelletier cita in abbondanza. L’altro difetto è che il libro, che resta nel genere della divulgazione colta, non utilizza nulla di tutte le centinaia di articoli e studi su Grossman degli ultimi 20 anni. Utilizza solo la biografia di Grossman in francese scritta da Miriam Anissimov e quella di Alexandra Popoff in inglese. Il resto è come se non esistesse e ciò provoca inevitabile superficialità perché anche laddove l’intuizione è interessante: non confrontandosi con nessuno, non si specifica o approfondisce. È un po’ il difetto di tante pubblicazioni, che ripetono all’infinito cose già note, per non fare la fatica di studiare. Si ha sempre l’impressione e il gusto amaro dell’occasione sprecata. Peccato!
