Tecnosofia


Dalla frontiera all’adozione dell’IA

Una tecnologia diventa potere quando smette di essere spettacolo e diventa infrastruttura. L’elettricità ha cambiato il mondo non quando è stata dimostrata in laboratorio, ma quando ha illuminato città, mosso fabbriche, trasformato case, trasporti e comunicazioni. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale. Il modello più avanzato conta, ma conta ancora di più la capacità di incorporarlo nell’economia, nello Stato, nella difesa, nella scuola, nella sanità, nella ricerca e nella vita quotidiana.

Questa è la dimensione in cui la sfida tra Stati Uniti e Cina si fa più ambigua. Gli Stati Uniti dominano la frontiera privata: le grandi imprese tecnologiche americane costruiscono piattaforme globali, attirano capitali e stabiliscono standard di fatto. Microsoft, Google, Amazon, Meta, OpenAI, Anthropic e Nvidia formano un ecosistema di potenza straordinaria. L’innovazione nasce spesso dal basso, dalla competizione, dalle startup, dalla mobilità del capitale e del talento.

Ma proprio questa forza produce anche frammentazione. L’adozione dell’IA negli Stati Uniti deve fare i conti con conflitti regolatori, botte da orbi a suon di cause legali tra le Big Tech, timori sulla privacy, resistenze sindacali, diversità tra Stati, competizione tra imprese e lentezza della macchina pubblica. Il settore privato corre, lo Stato spesso rincorre. Ne può risultare una frontiera brillante ma un’integrazione diseguale.

La Cina segue un’altra traiettoria. Il suo modello è più lineare fatto di Stato, imprese, università, città, apparati di sicurezza e industrie strategiche possono essere coordinati con maggiore efficacia dal Partito. Questo non significa che il modello cinese sia preferibile. Al contrario, comporta rischi enormi per libertà individuali, controllo sociale e trasparenza. Ma dal punto di vista della diffusione sistemica Pechino può indirizzare l’IA verso manifattura, logistica, sorveglianza urbana, educazione, sanità, amministrazione e difesa con una coerenza che i sistemi democratici faticano a replicare.

La Cina può non avere sempre il modello migliore e tuttavia trasformare l’IA in leva di produttività industriale, automazione manifatturiera, robotica, controllo delle catene logistiche e gestione urbana. Può applicarla a un mercato interno enorme, con quantità imponenti di dati e una capacità di sperimentazione su scala reale. In un’economia che deve affrontare rallentamento demografico, debito, crisi immobiliare e tensioni commerciali, l’IA e la robotica rappresentano promesse concrete di rilancio produttivo.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, possono trasformare l’IA in una nuova piattaforma globale. Hanno aziende capaci di vendere servizi in tutto il mondo, integrandoli in software, cloud, cybersecurity, ricerca farmaceutica, finanza, difesa e intrattenimento. Hanno una forza culturale e commerciale che la Cina fatica a eguagliare, soprattutto nei Paesi che temono dipendenza tecnologica, censura o sorveglianza. Ma ci fidiamo ancora di questa America? La Francia ha cominciato a bandire Teams e Zoom dalle riunioni online a vantaggio di software nazionali.

Se il rischio americano è trasformare l’IA in un oligopolio privato, quello cinese è trasformarla in un’estensione dell’apparato di sorveglianza, proprio mentre l’IA generativa da frontiera tecnologica ha iniziato a pervadere oramai le organizzazioni. E noi Europei siamo condannati a stare alla finestra?

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Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.